di P. Stefano Conotter ocd

lavandaLo scapolare

Nella prima e nella seconda parte di questa meditazione biblica sull’abito carmelitano abbiamo parlato del mantello e della tonaca, partendo dal vestito del profeta Elia descritto nei libri dei Re. Parlando dello scapolare non troviamo nel ciclo di Elia nessun riferimento diretto, perché si tratta di una parte del vestito monastico che è stata aggiunta in epoca medievale da diversi ordini monastici. Nell’Ordine carmelitano è entrato ufficialmente a far parte dell’abito nella seconda metà del XIII sec. e ha assunto ben presto un significato mariano.

“Scapolare” viene da «scapola» e indica quell'indumento formato da una striscia di stoffa con un foro al centro per infilarci la testa e che ricopre sia il petto che le spalle (in latino: scapulæ). All’origine lo scapolare serviva generalmente per i tempi di lavoro, così da proteggere l'abito e non insudiciarlo, come un grembiule. Era quindi un indumento di servizio.

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I Padri Carmelitani Scalzi della Provincia austriaca offrono la possibilità di prepararsi alla prossima Pasqua distribuendo materiale digitale durante la Quaresima a tutti coloro che si iscriveranno, gratuitamente, a questi "esercizi spirituali online". Il materiale, spedito settimanalmente tramite posta elettronica, comprenderà meditazioni sui vangeli delle domeniche di Quaresima e testi di S. Elisabetta della Trinità, monaca carmelitana di recente canonizzata. Per iscriversi basta compilare il formulario a questa pagina.

di P. Stefano Conotter ocd

gbLa tonaca

Nella prima parte di questa meditazione biblica sull’abito carmelitano, abbiamo parlato della cappa a partire dal mantello di Elia. La Bibbia ci dà altre indicazioni sul modo in cui vestiva il profeta di Tisbe. All’inizio del secondo libro dei Re troviamo un episodio in cui Elia è riconosciuto da Acaz proprio per il suo abbigliamento. Alla domanda de re - "Com'era l'uomo che vi è venuto incontro?” - i  messaggeri rispondono: "Portava una veste di peli e una cintura di cuoio gli cingeva i fianchi" - "Quello è Elia il Tisbita!" replica il re. 

Ricordiamo che, fino al secolo scorso, anche la tonaca (o tunica) dell’abito carmelitano era fatta rigorosamente di peli di animale, cioè di lana grezza1. Essendo Elia l’archetipo biblico del profeta, questa descrizione servirà a identificare la qualità di profeta di alcuni personaggi biblici (Zc 13,4), come mostra l’esempio del Battista: “Giovanni portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi” (Mt 3,4). Quindi, in primo luogo, questa veste si riferisce alla “professione” profetica.

Tuttavia, nel cercare il significato biblico di questo elemento dell’abito, noi prenderemo la strada che ci fa risalire verso le origini. Leggiamo infatti nel libro della Genesi che, dopo il peccato e prima della cacciata dal giardino di Eden, “Il Signore Dio fece all’uomo e alla donna tuniche di pelli e li vesti” (Gn 3,21).

di P. Stefano Conotter ocd

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Il vestito che indossiamo non ha solo la funzione di proteggerci, ma ha anche un valore simbolico. In un certo senso, attraverso di esso noi esprimiamo noi stessi e nello stesso tempo esso rappresenta la nostra appartenenza culturale.

Ciò vale eminentemente per il vestito dei monaci. Senza occuparci di tutta la storia e l’evoluzione degli abiti monastici, e in particolare del vestito dei carmelitani, propongo una meditazione biblica partendo dalla forma attuale dell’abito carmelitano, facendo riferimento al modello biblico al quale si ispira tutta la tradizione carmelitana, cioè il Profeta Elia.

Il vestito è composto attualmente da una tunica marrone scuro lunga fino alle caviglie; di una cintura di pelle scura stretta ai fianchi; di uno scapolare, cioè un pezzo di stoffa che sta sulle spalle (in latino scapula) e che scende davanti e dietro fino ad un palmo dal bordo della tunica; di un cappuccio separato che in origine faceva parte dello scapolare; e di un mantello bianco in forma di cappa con un cappuccio pure di colore bianco.

di P. Fabio Pistillo ocd

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Clicca qui per consultare il Vangelo di questa Domenica (Mt 1,18-24).

La speranza nella fedeltà di Dio è il tema caratterizzante le letture di questa quarta domenica del tempo di Avvento. Nella prima lettura ci viene presentato l’oracolo del profeta Isaia sulla nascita dell’Emmanuele, che costituisce il vertice della profezia biblica sulla venuta del Messia. Nell’anno 734 a.C. il re Acaz, coinvolto in una sanguinosa guerra contro i re di Samaria e di Damasco, rischiava di perdere l’indipendenza politica del regno di Giuda, mettendo in pericolo la sopravvivenza della stessa Gerusalemme. Ad Acaz, intento a ricercare alleanze politiche, il profeta Isaia propose di confidare unicamente in Dio e nelle sue promesse, invitandolo a chiedergli un segno. Con una risposta all’apparenza rispettosa di Dio, il re si oppose risolutamente ad Isaia: «Non voglio tentare il Signore». Dio, allora, volle superare l’incredulità del re e lui stesso offrì per primo un segno: l’annuncio della nascita di un salvatore. Ecco che tale segno divenne prova della fedeltà di Dio, una fedeltà capace di superare ogni umana incredulità. Tale segno, espressione della fedeltà di Dio, ridonava agli uomini la certezza di essere accompagnati sempre dal Signore, che con la sua mano potente conduceva, sosteneva e guidava la storia umana.