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Roma, Parrocchia di San Gregorio VII, 17 gennaio 2026, chiesa strapiena come neanche a Natale e Pasqua: parola di padre Diego, il parroco che ci accoglie tutti con festosità e semplicità francescana. Era tanto che non c’era una testimonianza a Roma sulla vita di Chiara Corbella, e si scontano gli arretrati: gente in piedi e seduta per terra, di tutte le età e di tutte le provenienze – ma soprattutto un mare di giovani, come noterà compiaciuto il cardinale vicario Baldo nell’omelia della messa finale.

Il marito, Enrico, ci dona ancora una volta la grazia impagabile di condividere con noi la sua missione di continuare a camminare accanto a Chiara, in Chiara: “Chiara è la mia strada”, come ha testimoniato in passato, ma Chiara si sta rivelando sempre più un’arteria in cui un popolo sempre più numeroso si riversa, affascinato irresistibilmente dal suo esempio.

Esempio che è suo, di Chiara, e non è il suo. Perché in lei senti chiara quella Sapienza che “Sebbene unica, può tutto; pur rimanendo in se stessa, tutto rinnova e attraverso i secoli, passando nelle anime sante, prepara amici di Dio e profeti” (Sap 7,27): ma ciò in tutta sciallezza, come si suol dire, in tutta familiarità, nell’amichevolezza più quotidiana: “Nel farsi conoscere previene coloro che la desiderano. Chi si alza di buon mattino per cercarla non si affaticherà, la troverà seduta alla sua porta” (Sap 6,13-14). È la famosa “santità della porta accanto” che finalmente incontri in Chiara, senza doverla sentire citata solo nei documenti ecclesiastici.

Ma non è mio compito ora sondare tutte le ricchezze di questa “multicolore Sapienza” (Efesini 3,10) di Chiara, né riassumere le tante preziose risonanze che Enrico e padre Diego hanno comunicato in questo pomeriggio; personalmente, vorrei soltanto tornare a ruminare sulle risposte alle domande che son sgorgate dal cuore.

“Qual era la canzone preferita di Chiara?” “Come pregava?”

Enrico, sorridente e commosso, risponde che nell’assecondare lui Chiara ascoltava anche un po’ di metal, ma la sua canzone preferita era un’altra: Il cielo in una stanza di Gino Paoli.

Poi, dopo un attimo di silenzio e di concentrazione, come chi dovesse rispondere a “com’è fatto il mare?” o “come è fatto il cielo?”, Enrico passa alla seconda domanda: la caratteristica della preghiera di Chiara era… la costanza. Come quando ci si ama, la costanza! Stare nella relazione. Non ci si può dimenticare di stare in intimità con la persona che ami, ogni giorno – non per coerenza, ma per costanza. Chiara era così: sin da piccola, ogni santo giorno, non importa se 5 minuti o un’ora, si chiudeva in stanza a pregare, cuore a cuore con Dio.

Non so se Enrico, nel dare questa risposta, avesse consapevolmente o meno impiegato lo stesso termine utilizzato poco prima per indicare la canzone preferita di Chiara: stanza. Effettivamente, questo modo di pregare di Chiara che ci ha raccontato Enrico non solo rispecchia fedelmente l’insegnamento di Gesù (“quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto”, Matteo); non solo rispecchia fedelmente la definizione di preghiera data da una santa Dottore della Chiesa (“per me l’orazione mentale non è altro se non un rapporto d’amicizia, un trovarsi frequentemente da soli a soli con chi sappiamo che ci ama”, Teresa d’Avila); ma soprattutto rispecchia la canzone di Gino Paoli citata poc’anzi: entrare con desiderio in una stanza insieme alla persona che ami, e àpriti cielo di gioia. La definizione più bella e sintetica di preghiera, non solo di Chiara ma in generale, potrebbe essere forse proprio questa…

Tornato nel mio convento, dopo questo pomeriggio a san Gregorio VII in cui m’era sembrato veramente di vedere il cielo in una chiesa e non in una stanza, mi metto a risentire questa canzone eterna della musica italiana, dedicandola a Gesù… Poi, per curiosità, vado a rivedermi su internet la storia raccontata dallo stesso Gino Paoli su questa canzone.

In realtà, scopro, era ispirata a una prostituta, e il “soffitto viola” della canzone era il soffitto della stanza dove la poveretta riceveva i suoi clienti.

La prima impressione è stata di dirmi: che allocco, hai spiritualizzato e sublimato qualcosa che non c’entrava niente.

Ma subito dopo mi son ricordato che, parola di Gesù, le prostitute ci precedono nel regno dei cieli. E che, come insegna Teresa d’Avila, non è l’unione con Dio una sublimazione del fare l’amore, ma è il fare l’amore che è una pallida immagine dell’unione sponsale dell’anima con Dio (basta andare a vedere l’estasi del Bernini…a proposito, segnaliamo per gli aficionados un saggio imperdibile appena tradotto sull'estetica e la mistica teresiana).

E la Sapienza di Chiara, pura come un giglio, mi ha riabbagliato un’altra volta: «La sapienza è più veloce di qualsiasi movimento, per la sua purezza si diffonde e penetra in ogni cosa» (Sap 7,24). La Sapienza di una donna che è stata invasa dall’amore, che ha saputo amare appassionatamente e desiderare il suo Sposo, Cristo, più di ogni altra cosa – e perciò stravincere la paura della morte, e ridar così gioia e speranza a moltitudini – amando questo Sposo però non di un amore intimistico ed esclusivo, ma di un amore inclusivo e veramente mistico, un amore in cui c’è stato anzitutto il suo sposo terreno Enrico, e poi i suoi figli e familiari, in cielo e in terra, e la chiesa e il mondo e gli alberi e i violini e il metal e i poveri e i cani e le armoniche e l’organo e le prostitute: “abbandonati come se non ci fosse più niente al mondo” fuori di noi (cantava Gino Paoli), perché con Gesù senti il mondo intero ormai dentro il tuo cuore…

Questa è la preghiera che ci insegna Chiara, genuinamente cattolica perché universale. Una preghiera fatta senza moralismi e con la costanza degli innamorati, nella stanza del nostro cuore di peccatori e peccatrici (sì, il primo passo per esser santi è mettersi dietro alle prostitute); nella stanza del nostro cuore che non ha più pareti, perché “acquistiamo pienezza quando rompiamo le pareti e il nostro cuore si riempie di volti e di nomi” (Francesco, Evangelii gaudium, n° 274); nella stanza del nostro cuore in cui, quando preghiamo, vibra il Cielo con le sue armoniche.

P. Iacopo Iadarola, c/o Pontificia Facoltà Teologica Teresianum
Scuola di preghiera Parrocchia S. Pancrazio, Roma

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