di P. Aldino Cazzago ocd

St. Pope John Paul II and Ecumenical Patriarch Bartholomew of Constantinople embrace on the balcony of St. Peter's Basilica following three days of private meetings in 1995. Twenty-five years ago St. John Paul's encyclical on ecumenism, "Ut Unum Sint," put the papal seal of approval on a shift in the Catholic Church's approach to the search for Christian unity. (CNS photo/Arturo Mari, L'Osservatore Romano) See UT-UNUM-SINT-BAMBERA of May 26, 2020.

Il mese di maggio non è stato solo l’occasione per ricordare il centenario della nascita di San Giovanni Paolo II. Nello stesso mese, ma di venticinque anni fa, vennero resi pubblici due importanti documenti del suo magistero: il 2 maggio, l’esortazione apostolica Orientale lumen (= OL) indirizzata all’episcopato, al clero e ai fedeli per la ricorrenza centenaria della Orientaliumdignitas di papa Leone XIII e il 30 maggio l’enciclica Ut unum sint sull’impegno ecumenico della Chiesa cattolica.

Come ha scritto papa Francesco nella sua recente lettera al Cardinale Kurt Koch, Presidente del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani, giovedì 25 maggio 1995, solennità dell’Ascensione, Giovanni Paolo II firmò l’enciclica Ut unum sint «con lo sguardo rivolto all’orizzonte del Giubileo del 2000». Ora, a 25 anni di distanza, egli intende riproporla a tutto il «popolo di Dio».

Per capire il valore della Orientale lumen è, invece, istruttivo ritornare a quanto nel 1988, in occasione del ventesimo anniversario dell’elezione pontificia di Giovanni Paolo II scrisse l’allora cardinale Ratzinger: «Accanto a questa grande enciclica [Ut unum sint] c’è un altro documento ecumenico del papa rimasto fin troppo in ombra: la lettera apostolica Orientale lumen, in cui il papa slavo dimostra tutto il suo amore per le Chiese d’Oriente […]. Questa lettera del papa rappresenta una piccola, preziosa summa di spiritualità orientale, un testo magisteriale che potrebbe aiutate la nostra spiritualità occidentale, così tendente al razionalismo, a recuperare l’eredità dell’Oriente e a riavvicinarci a partire dal compimento interiore della vita spirituale»[1]. Quanto al fatto di essere un documento «rimasto fin troppo in ombra», anche a 25 anni di distanza le cose non sono affatto cambiate.

I motivi ispiratori della Orientale lumen

Giovanni Paolo II scrisse l’Orientale lumen per due principali ragioni: una guardava al passato e l’altra al futuro. Con la prima egli intese ricordare il centenario della lettera apostolica Orientalium dignitas ecclesiarum, pubblicata il 30 novembre 1894 da Leone XIII, con la quale il pontefice prendeva una serie di decisioni pratiche e canoniche per la difesa e lo sviluppo delle Chiese orientali cattoliche. Lo storico Vincenzo Poggi ha definito questo testo come «il più importante documento filoorientale»[2] di Leone XIII (1878-1903).

La seconda ragione, quella che guardava al futuro, si riassumeva nell’invito ai cattolici di tradizione latina a conoscere «l’antica tradizione delle Chiese orientali» poiché essa non è un accessorio di quella latina, ma «parte integrante del patrimonio della Chiesa di Cristo» (OL n. 1). Scrive Giovanni Paolo II: «È necessario che anche i figli della Chiesa cattolica di tradizione latina possano conoscere in pienezza questo tesoro e sentire così, insieme con il Papa, la passione perché sia restituita alla Chiesa e al mondo la piena manifestazione della cattolicità della Chiesa, espressa non da una sola tradizione, né tanto meno da una comunità contro l'altra» (OL, n. 1).

A conclusione del documento Giovanni Paolo II torna a ribadire la necessità dell’ accoglienza della tradizione orientale da parte della Chiesa cattolica di tradizione latina: «Le parole dell'Occidente hanno bisogno delle parole dell'Oriente perché la Parola di Dio manifesti sempre meglio le sue insondabili ricchezze» (OL, n. 28).

La lettera contiene anche un pressante invito a tutte le Chiese orientali non in comunione con la Chiesa cattolica perché, insieme ad essa, si dispongano a cercare una «risposta agli interrogativi che l’uomo oggi si pone ad ogni latitudine del mondo» (OL, n. 3). Al paragrafo n. 4 il papa così si esprime: «Giunge a tutte le Chiese, d'Oriente e d'Occidente, il grido degli uomini d'oggi che chiedono un senso per la loro vita. Noi vi percepiamo l'invocazione di chi cerca il Padre dimenticato e perduto (cfr. Lc 15,18-20; Gv 14,8). Le donne e gli uomini di oggi ci chiedono di indicare loro Cristo, che conosce il Padre e ce lo ha rivelato (cfr. Gv 8,55; 14,8-11). Lasciandoci interpellare dalle domande del mondo, ascoltandole con umiltà e tenerezza, in piena solidarietà con chi le esprime, noi siamo chiamati a mostrare con parole e gesti di oggi le immense ricchezze che le nostre Chiese conservano nei forzieri delle loro tradizioni».

Uno sguardo contemplativo della ricca tradizione spirituale delle Chiese d’Oriente attraversa l’intera lettera ed è lo stesso sguardo ad animare il forte desiderio di unità per tutte le Chiese. Scrive Giovanni Paolo II: «Si fa in me ogni giorno più acuto il desiderio di ripercorrere la storia delle Chiese, per scrivere finalmente una storia della nostra unità» (OL, n. 18).

Il contenuto

Dopo l’introduzione (nn. 1-4) la lettera si divide in due parti: la prima dal titolo Conoscere l’Oriente cristiano - un’esperienza di fede (nn. 5-16) e la seconda Dalla conoscenza all’incontro (nn. 17-28).

Nella prima parte Giovanni Paolo II si mette «in ascolto delle Chiese d’Oriente» (n . 5) per raccontare a tutti i fondamenti teologici, «la partecipazione alla vita trinitaria» (OL, n. 6), i luoghi, la Parola di Dio, la liturgia come «cielo sulla terra» (OL, n. 11), la comunione e il servizio (OL, n. 14), i mezzi, il padre spirituale (OL, n. 13), l’esperienza del silenzio (OL, n. 16) e il compimento, la deificazione (OL, nn. 5. 10) e la santità (OL, n. 6) dell’«esperienza di fede» che la tradizione orientale ha elaborato lungo la storia. Egli ribadisce con forza che «il cristiano orientale ha un proprio modo di sentire e di comprendere, e quindi anche un modo originale di vivere il suo rapporto con il Salvatore» (OL, n. 5).

Per scrivere questa «piccola, preziosa summa di spiritualità orientale» era necessario individuare un’«altura particolare» (OL, n. 9) che permettesse una adeguata ed esauriente visione dell’«esperienza di fede» propria della tradizione orientale. In piena sintonia con questa tradizione, il pontefice la individua nel monachesimo perché in Oriente non è stato visto «soltanto come una condizione a parte, propria di una categoria di cristiani, ma particolarmente come punto di riferimento per tutti i battezzati, nella misura dei doni offerti a ciascuno dal Signore, proponendosi come una sintesi emblematica del cristianesimo» (OL, n. 9).

Nella seconda parte Giovanni Paolo II affronta alcune tematiche di carattere ecclesiologico ed ecumenico. Nei paragrafi nn. 17-19, dopo un breve ricordo dell’unità che nel primo millennio continuò a sussistere tra le Chiese nonostante le varie contese, egli si sofferma sul «gravissimo» (OL, n. 17) peccato della separazione tra la Roma e Costantinopoli. Oggi però, grazie anche ad un nuovo desiderio di unità, frutto del Concilio Vaticano II, «abbiamo sempre meglio appreso che a lacerare il tessuto dell'unità non è stato tanto un episodio storico o una semplice questione di preminenza, ma un progressivo estraneamento, sicché l'altrui diversità non è più percepita come ricchezza comune, ma come incompatibilità» (OL, n. 18).

A giudizio di Giovanni Paolo II i passi fatti dopo il Concilio Vaticano II hanno portato la Chiesa cattolica ad una duplice presa d’atto nei rapporti con le Chiese orientali cattoliche e con le altre Chiese orientali non in piena comunione con lei: «[…] i tentativi del passato avevano i loro limiti derivanti dalla mentalità dei tempi e dalla stessa comprensione delle verità sulla Chiesa» (OL, n. 20); «allo sguardo odierno appare che una vera unione era possibile solo nel pieno rispetto dell'altrui dignità, senza ritenere che il complesso degli usi e consuetudini della Chiesa latina fosse più completo o più adatto a mostrare la pienezza della retta dottrina; ed ancora che tale unione doveva essere preceduta da una coscienza di comunione che permeasse tutta la Chiesa e non si limitasse ad un accordo tra vertici» (OL, n. 20).

A tutte le Chiese egli chiede perciò di «incontrarsi, conoscersi e lavorare insieme» perché «la conoscenza dei tesori di fede altrui […] produce spontaneamente lo stimolo per un nuovo e più intimo incontro tra fratelli, che sia di vero e sincero scambio reciproco» (OL, n. 22).

Tra i vari «tesori di fede altrui», che sarebbe necessario conoscere e scambiarsi, vi è senz’altro quello della santità che nel recente passato di molte Chiese orientali ha assunto la forma del martirio (OL, n. 19).

Giovanni Paolo II formulava allora il seguente auspicio: «Giudico molto positivamente le iniziative di pellegrinaggi comuni sui luoghi dove la santità si è espressa in modo particolare, nel ricordo di uomini e donne che in ogni tempo hanno arricchito la Chiesa del sacrificio della propria vita. In questa direzione sarebbe poi un atto di grande significato il pervenire al riconoscimento comune della santità di quei cristiani che negli ultimi decenni, in particolare nei paesi dell'Est europeo, hanno versato il sangue per l'unica fede in Cristo» (OL, n. 25)[3].

Conclusione

Nel bellissimo paragrafo conclusivo il papa tornava a parlare della «nostalgia santa dei secoli vissuti nella piena comunione delle fede e della carità [che] ci urge, ci grida i nostri peccati, le nostre reciproche incomprensioni» (OL, n. 28). In un auspicio che diventava preghiera così esclamava: «Voglia Dio far breve il tempo e lo spazio. Presto, molto presto Cristo, l’Orientale Lumen, ci conceda di scoprire che in realtà, nonostante tanti secoli di lontananza, eravamo vicinissimi, perché insieme, forse senza saperlo, camminavamo verso l'unico Signore, e quindi gli uni verso gli altri» (OL, n. 28).

Nei mesi successivi alla pubblicazione, la lettera fu variamente accolta e fatta oggetto di osservazioni e critiche. Tra le numerose reazioni vale la pena ricordare quella interessante della poetessa russa Ol’ga Sedakova, che dopo aver ricordato come la Orientale lumen fosse «un’ispirata lode delle ricchezze spirituali del cristianesimo orientale», si rammaricava che, ad un anno di distanza dalla pubblicazione, dal mondo ortodosso non fosse ancora giunta una lettera contenente «una analoga lode della tradizione occidentale»[4].

Giovanni Paolo II avrà modo di manifestare nuovamente il suo amore per l’Oriente cristiano nel 1996 quando da giugno a novembre illustrerà con il breve testo di ben 14 Angelus i vari aspetti e ricchezze del cristianesimo orientale.

Note:

[1] J. Ratzinger, Giovanni Paolo II. Vent’anni nella storia, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1998, pp. 7-31; qui alla p. 30. Nostro il cosivo.

[2] V. Poggi, Leone XIII, in E. Farrugia (a cura di), Dizionario Enciclopedico dell’Oriente Cristiano, Pontificio Istituto Orientale, Roma 2000, pp. 428-429.

[3] L’esperienza del martirio che nel XX secolo ha visto accomunate molte Chiese è stata spesso ricordata da Giovanni Paolo II. Si veda ad esempio: Discorso al concistoro del 13-14 giugno 1994; Tertio millennio adveniente, n. 37; Ut unum sint, nn. 83-84.

[4] O. Sedakova, Orientale lumen. Aspettando una risposta, in AA.VV., L’Occidente visto dall’Oriente, Qiqajon, Magnano (BI) 2001, p. 78.