di P. Antonio Maria Sicari ocd

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La tristezza dei senza-cuore

Purtroppo il nostro piccolo, grande cuore è così fatto da poter presagire il divino (“Chi sei tu che colmi il mio cuore della tua Assenza?”), ma anche da poter essere ferito e lacerato dalla meschinità. Così il vecchio e inaridito professore Isak Borg – protagonista de Il posto delle fragole (I. Bergman, 1957) – sul finire della vita, compie per necessità un viaggio in compagnia della giovane nuora incinta (che egli ha sempre disprezzato). Dalla sua tenace dolcezza impara che “solo la speranza e l’amore sono i giudici dell’agire umano” e, in grazia di questo primo vero incontro della sua vita, riscopre quest’antica preghiera imparata in anni giovanili: «Dov’è colui che io cerco dovunque? / Il mio desiderio di Lui è cresciuto fin dall’aurora, / ma alla fine del giorno non l’ho ancora trovato. / Il mio cuore ora si infiamma, scorgendone le tracce / e so che Egli è presente dove spuntano i fiori / e dove la sorgente sgorga dalla terra. / L’aria che respiro è piena del suo amore, / e il vento d’estate mi porta la sua voce».

Mentre Oscar Wilde, un brillante autore inglese, tormentato dalla sua stessa raffinata intelligenza, ci fa riflettere con un triste, ma realissimo “racconto breve” che si intitola: «Il compleanno dell’ Infanta». È la storia di una principessina spagnola (allora la si chiamava “Infanta”), alla quale i cortigiani vorrebbero fare un bellissimo regalo di compleanno. Ma cosa si può mai regalare a una principessa che ha già tutto, già colma all’inverosimile di attenzioni e di regali? Finalmente, dopo tante ricerche, vengono a sapere che, in un paesino, vive un piccolo nano che è capace di fare tante smorfie, tante moine, tanti giochi: un nano bruttissimo però molto allegro, che potrebbe diventare un ottimo giullare.  E così mandano a prendere questo nano per regalarlo alla principessa. Il nano viene introdotto a corte e diverte la principessa, diverte le affascinanti damigelle del seguito: tutte passano proprio un’allegra mattinata assieme a quel nanetto con le sue smorfie e i suoi lazzi. Giunge, però, l’ora della siesta e tutte le signorinelle vanno a riposare. Il nano, rimasto solo, vaga incuriosito per quell’immensa reggia, fin quando giunge alla scintillante sala degli specchi. Ed ecco che, per la prima volta in vita sua, egli si vede: vede le sue smorfie, il suo piccolo corpo deforme, il volto brutto. E allora, al pensiero della dolce bellezza della principessina e delle sue damine, prova una tale indicibile pena che gli si spezza il cuore.

Quando, al pomeriggio, la principessa ridiscende col suo seguito, subito ricercano il nano per riprendere il gioco. Lo trovano infine, come un mucchietto di stracci, ai piedi di uno specchio. Viene il medico di corte e dà il suo responso: al piccolo nano si è spezzato il cuore. La principessa allora tocca col suo piedino quel mucchietto di stracci e dice: «L’anno venturo, per la mia festa, regalatemene uno senza cuore!»

Non è certo difficile capire il significato di questa novella struggente e terribile.Il povero nano non contava niente nella vita, poteva essere solo un giocattolo: ma aveva un cuore capace di spezzarsi per una bellezza perduta, un cuore capace di desiderare e di soffrire: e questo faceva di lui un uomo. La principessa aveva tutto - ricchezza, bellezza, doni a non finire - ma non aveva cuoreDobbiamo fare attenzione: dire che “non aveva cuore” non significa che “non avesse un cuore”, ma che l’aveva reso più duro della pietra o più vuoto di una vecchia scatola piena di cianfrusaglie. Ed è questo il rischio che tutti corriamo: indurire lentamente il cuore, snaturandolo, pretendendo di saziarlo con mille piccoli e inutili soddisfacimenti, con mille “divertimenti” intrisi di egoismo.

Il primo sintomo di questa malattia mortale si manifesta quando cominciamo a dimenticare che anche gli altri hanno un cuore e non ci importa più quella stupenda verità che il grande J. H. Newman esprimeva così: “Cor ad cor loquitur”: “È solo il cuore che può parlare al cuore”Verità che vale non solo nei rapporti che gli uomini intrattengono tra loro, ma anche nel rapporto che essi intrattengono con Dio. Ma il cuore di un uomo parla solo se egli è davvero capace di dire «Io» con pienezza.

"Io è un Altro"

Ognuno deve costruire la propria capacità di dire «Io» con verità e profondità. «Io» è la parola più piccola che possiamo pronunciare, ed è quella che bruciamo più frequentemente durante la giornata. Ad essa leghiamo moltissimi “verbi” che ci riguardano e che ci muovono, ma raramente ci interroghiamo sul senso che diamo a quel primo monosillabo o sul suo contenuto.

Qual è il contenuto di questo Io? Chi definisce che cosa Io sonoDobbiamo imparare a chiederci spesso: Quando dico «Io» (“io voglio”, “io faccio questo”, “io decido così” ecc.), su quale tavolo da gioco spendo tutti questi «io»?  Chi è che usa davvero il mio “io”? Chi  lo determina? 

arthur rimbaud1Il poeta A. Rimbaud ha scritto: “Io è un Altro”, per dire che si ha sempre bisogno di entrare in relazione con un’altra persona per capire se stessi, si ha sempre bisogno di potersi rispecchiare in un altro, e perfino di “immaginarsi” in un’altra persona, per dare senso e contenuto alla parola “io”. Chi è innamorato, questo lo capisce da solo,  almeno finché dura l’amore. E il nostro irresistibile bisogno di comunicare con gli altri ci ricorda continuamente quanto gli altri ci siano necessari.

Certo gli altri possono anche condizionare negativamente la nostra libertà. E questo, a volte, è inevitabile. La libertà si costruisce appunto come capacità di scegliere e di agire. Ma la soluzione non sta nel non avere condizionamenti da parte di altri -- come se fosse possibile dire «io» allo stato puro (questo è un altro degli inganni di cui questa società malata si serve per fare il suo gioco) -- ma sta nel poter dire «io», splendidamente e amorevolmente condizionati” da chi questo io lo ama davvero, e davvero ha passione per la sua crescita.

Com’è bello vivere assieme ad “altri” dotati di vera passione per il mio vero io e offrire ad essi la mia passione per il loro vero ioQuesta esperienza umana dell’io che trova negli altri una custodia, una fecondità, una dilatazione di sé – una possibilità di donarsi e di realizzarsi nel dono stesso – cristianamente si chiama diventare una “persona in comunione”Quando avremo la possibilità di approfondire questo tema, vedrai che ci dovremo inoltrare fin dentro la vita di Dio-Trinità: è là che le Persone Divine sono interamente dono l’una per l’altra e le relazioni tra le Persone sono sostanziali.

Per ora ci basta afferrare questa verità: la persona (anche quella umana) è fatta per donarsi interamente e può realizzarsi soltanto nel dono di sé.In questo consiste la maturazione dell’io. Nel tempo della crescita, però, è necessario porre questa domanda previa e inevitabile: chi può aiutarmi a educare il mio io nel senso che abbiamo descritto? Chi ha una passione vera per la mia crescita? E la risposta è: Ti può aiutare solo chi ama la tua libertà e chi ti aiuta nella ricerca della felicitàSi tratta, però, di parole molto impegnative: promettere libertà e felicità, vuol dire conoscerne il valore e il prezzo, e chi le promette deve anche offrire la possibilità di verificare l’adempimento progressivo di ciò che ha promesso.

Prossimamente pubblicheremo le prossime "tappe" di queste Tracce per un cammino. Resta aggiornato seguendo i nostri tweet o la nostra pagina facebook!