di P. Ermanno Barucco ocd

Cattura

Sviluppi iconografici e fulgore barocco: dai modelli greci al Dio cristiano

Un giorno sono andato a chiedere informazioni per far realizzare una cornice su misura per un quadro di San Giuseppe con il bambino. Mostrando all’artigiano una foto del dipinto, per fargli comprendere lo stile e capire così quale cornice sarebbe stata più adatta, egli ha detto: «Ah! Una paternità». La cosa mi ha stupito perché non avrei mai pensato di chiamare un San Giuseppe col bambino “una paternità”. Eppure quel termine andava in profondità, non solo come nome per indicare un tipo di iconografia, ma ben più in profondità nella vocazione e missione di san Giuseppe.

Vorrei qui pertanto presentare alcuni spunti sugli sviluppi iconografici della paternità a riguardo di san Giuseppe fino al massimo fulgore nel periodo Barocco, che ha sì tratto ispirazione dai modelli greci e romani ma che ha saputo anche presentare la novità del Dio cristiano. [Per vedere le immagini artistiche degli autori indicati cliccare sulle parole corrispondenti]

Lo sviluppo della rappresentazione di san Giuseppe: da gregario a co-protagonista

In molte rappresentazioni della Natività in epoca medioevale, ma anche successivamente, san Giuseppe è seduto di lato, spesso addormentato e estraneo alla scena principale composta da Maria e dal bambino Gesù – l’esempio più rinomato è quello di Giotto (1267-1337) – oppure pensieroso nei suoi “dubbi” su chi sia mai il padre del bambino – tra gli altri, Taddeo di Bartolo (1362-1422). E anche quando è più prossimo alla scena principale è comunque sempre dietro la Vergine o semmai di lato, ma è lei a tenere il bambino tra le mani per porgerlo ai pastori o per presentarlo all’adorazione dei magi.

A volte però è san Giuseppe a presentare Gesù al tempio, tenendolo sulle proprie mani velate, come in Ambrogio Lorenzetti (1290ca-1348), o comunque è più attivo e protagonista, come nella Sacra famiglia (con Caterina d’Alessandria) di Lorenzo Lotto (1480-1556/57), fino a prendere il bambino tra le braccia in diverse versioni della Santa famiglia di Paris Bordon (1500-1571) o, in quella di Bartolomé Esteban Murillo (1618-1682), a giocare con il bambino Gesù al centro, mentre ora è Maria ad occupare il lato della scena. Nel Tondo Doni di Michelangelo (1475-1564) c’è come il passaggio di consegne del bambino tra Maria e Giuseppe mentre entrambi lo sorreggono con le loro braccia. A compiere l’ultimo passo eliminando dalla scena Maria ci pensano Guido Reni (1575-1642), con un tenero bambino in fasce, e Francisco Herrera il Vecchio (1576ca-1656ca), con un bambino Gesù già grandicello. A seguire abbiamo, al lume di una candela tenuta in mano dal fanciullo Gesù mentre Giuseppe svolge il proprio lavoro di falegname, i famosi notturni di Gherardo delle Notti (1592-1656), che fa entrare in scena anche due angeli, e di Georges du Mesnil de La Tour (1593-1652). E ricordiamo anche il san Giuseppe col bambino un po’ più piccolo, in un interno pieno di drappeggi, di Juan Antonio de Frías Escalante (1633-1669).

San Giuseppe col bambino: la svolta di Guido Reni e dei suoi "seguaci"

Il capostipite di un nuovo genere di rappresentazione di san Giuseppe fu comunque Guido Reni, che “battezza” l’iconografia della paternità diffondendola su grande scala grazie al successo dei suoi diversi San Giuseppe con il bambino Gesù, dei quali i più famosi (e certamente suoi) sono tre (oggi a Milano, San Pietroburgo e Houston). A ruota verranno molti altri pittori, tra i quali il Battistello (1578-1635), che rappresenta però un bambino più grandino abbracciato e stretto teneramente da san Giuseppe (nelle due versioni oggi a Venezia e Losanna), il Guercino (1591-1666), che ripropone lo schema di Guido Reni, come fanno pure, anche se con varianti proprie, Simone Cantarini il Pesarese (1612-1648), Giovan Battista Piazzetta (1683-1754), Giovanni Battista Tiepolo (1696-1770) e il figlio Gian Domenico Tiepolo (1727-1804).

I modelli greci della paternità e il fulgore barocco

All’origine di queste opere cristiane sulla paternità potremmo intravedere dei modelli resi celebri dalla scultura greca e poi riproposti e copiati da scultori romani. Gli archetipi classici sono l’Hermes con Dioniso di Prassitele (400/395 – 326 a.C) conservato a Olimpia, che influenzò certamente il Sileno con Dionisio di Lisippo (390/385 dopo il 306 a.C.) di cui ci restano diverse copie di epoca romana delle quali le più famose sono oggi conservate a Parigi, Monaco di Baviera e in Vaticano. Lo schema della paternità che avrà successo nel Barocco, con Guido Reni, sembra ispirarsi nei tratti e negli atteggiamenti proprio alla statua di Lisippo, per altro “riscoperta” a Roma proprio a partire dal Cinquecento grazie a dei ritrovamenti archeologici delle copie di epoca romana. Il tratto caratteristico messo in evidenza è il sentimento paterno, l’interazione affettiva fra padre e figlio, mediata da gesti di accudimento e di curiosità, intensificata da un intenso e tenero sguardo reciproco. Che Guido Reni abbia visto una di queste statue greco-romane?

C’è comunque un’altra somiglianza tra la paternità greca e quella dell’arte cristiana: sia nel caso di Sileno nei confronti di Dionisio che di san Giuseppe verso Gesù si tratta di una paternità “adottiva”, perché né Sileno né san Giuseppe sono il padre ma questi è Dio (Zeus per Dionisio e il Dio d’Israele per Gesù). Le paternità greca e barocca rappresentano cioè coloro che sono chiamati a prendersi cura “come padre” del figlio di Dio. E pur nella differenza enorme tra il dio greco e il Dio cristiano, le rappresentazioni della paternità sono artisticamente molto vicine sia nella forma che nel contenuto.

San Giuseppe "segno" della Paternità divina: la Natività di Johann Carl Loth

Ma rispetto alla paternità greca la paternità cristiana è simbolo di un mistero inaudito. Infatti san Giuseppe mette in evidenza la Paternità con la P maiuscola e il suo essere “segno del Padre” dal quale, inoltre, «ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome» (Ef 3,15). Ce lo fa percepire un’opera artistica che trovo molto originale: la Natività di Johann Carl Loth (1632-1698) chiamata anche “Sacra Famiglia: la Vergine e San Giuseppe che presentano Gesù al Padreterno. In realtà la Vergine è ricurva sulla culla-mangiatoia vuota poiché il bambino Gesù appena nato è tra le braccia di Giuseppe che lo presenta e offe al Padre (in alto nella scena) come se ascoltasse il Padre eterno dirgli: “ti affido mio Figlio che per mia volontà diventa tuo figlio d’adozione”, e come se dicesse a sua volta in un dialogo col Padre: “ecco tuo Figlio fatto bambino nato da Maria, donami di essere, sulla terra, per questo bambino, segno della tua paternità divina”. Per questo possiamo scrivere: san Giuseppe ovvero la paternità.

Bibliografia

, Come l’arte ha raccontato l’evoluzione della paternità, 19 marzo 2017: www.artspecialday.com/9art/2017/03/19/la-paternita-nellarte/

C. Cristini – A.-M. Della Vedova – M. Margiotta – A. Porro, Iconografie e riflessioni sulla paternità, in Turismo e psicologia 7 (2014) 2,207-213.

A. Terribili, Il gruppo di Sileno con Dioniso infante al Vaticano, in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Antiquité 115 (2003) 2,881-897.