di P. Aldino Cazzago ocd

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In questi giorni, tra le molte immagini provenienti dalle zone del terremoto e che affollano la nostra mente, una merita particolare considerazione. Si tratta di quella della chiesa della metà del ’400, dedicata a S. Agostino, nel paese di Amatrice. Dopo essere stata gravissimamente lesionata dal terremoto di fine agosto dello scorso anno, con la scossa di fine gennaio ha subito anche il crollo della parete destra e del tetto. A metà dello stesso mese era poi rotolato al suolo ciò che restava del già monco campanile.

Il sindaco del paese ha detto che assieme a quei crolli sono rotolati a terra anche i simboli della comunità civile di Amatrice. Lo stesso discorso potrebbe essere fatto per chissà quante altre opere ed edifici di altri paesi gravemente lesionati o distrutti dalla stesse scosse di terremoto. Qui, per tutte queste, è sufficiente ricordare la basilica del secolo XIII dedicata a S. Benedetto a Norcia, della quale, ad eccezione della facciata e di poco altro, non resta ormai quasi più nulla.

Una bellezza ferita e dimenticata

Palazzi civici, chiese, abbazie, pievi, capitelli, edicole sacre, sculture di pietra e lignee, pale d’altare, arredi sacri e liturgici e molto altro ancora è andato rovinato e forse irrimediabilmente perduto. Il terremoto ha portato con sé, oltre che numerose vittime e feriti, anche una ingente perdita del patrimonio artistico e, perciò stesso, di forme di bellezza nate dall’incontro tra l’immaginazione e la creatività tipiche del senso religioso dell’uomo e la predicazione cristiana che per secoli ha alimentato e arricchito la vita delle persone, delle comunità,  delle città e dei più piccoli borghi di questa parte d’Italia.

Perdendo queste opere artistiche abbiamo perso un po’ - si sono staccate da noi - anche la vita e la fede di tutti coloro che lavorarono alla realizzazione di esse e i cui nomi non abbiamo fin qui conosciuto e che non conosceremo mai. La presenza dello loro opera, oltre che rendere più bella e ricca la nostra vita, ce li rendeva in qualche modo prossimi. Vedere solo in fotografia una scultura che non esiste più è assai diverso dal vederla dal “vero” con i propri occhi; toccare con mano il manoscritto originale di un’opera, il cui autore è morto da secoli, è molto diverso dallo sfogliarne una copia.

A proposito della distruzione del patrimonio artistico religioso ci piace riportare qui quanto lo scrittore e critico letterario Pietro Citati scrisse il 15 aprile 2009 sul quotidiano La Repubblica qualche giorno dopo il terremoto che aveva colpito la città dell’Aquila: «La religione cattolica non è soltanto lo spirito che la anima: non è soltanto la Bibbia, i Vangeli, gli infiniti libri che sono stati scritti intorno a Dio, Gesù, lo Spirito, Maria. La religione cattolica è anche le cattedrali, le chiese, i campanili, le cappelle, le statue, le campane; e i riti, i sacramenti, le voci dei fedeli che hanno echeggiato nei secoli. Qualsiasi religione muore se aboliamo le sue forme: non può essere concepita senza questa incarnazione perenne. Perché la morte di una chiesa ci colpisce più della distruzione di un palazzo. Noi non possediamo una religione: possediamo le cose, con le quali abbiamo cercato e cerchiamo continuamente, forse invano, di darle un volto». Poi così proseguiva: «Certo, la religione cattolica non morrà a causa di questo terremoto. La morte delle forme è una morte parziale. Restano le copie dei Vangeli e dei libri, che nessuno potrà abolire. La distruzione delle chiese deve spingerci a rileggerli in ogni riga, ogni parola, ogni sillaba, cercando di spiegare quello che volevano dire. La vita di una religione è questa incessante lettura di un testo immobile e delle sue infinite interpretazioni che, al, tempo stesso, lo trasformano e lo rendono uguale a sé stesso. Niente è più stabile, niente è più mobile di una religione vivente».

Abituati come siamo a vivere in mezzo a tanta ricchezza e bellezza artistica, non abbiamo valutato in tutte le sue conseguenze culturali e sociali questa menomazione del nostro patrimonio artistico.

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Prima che sia troppo tardi

Forse solo lo sguardo carico di meraviglia per tanta bellezza naturale ed artistica di uno straniero che giunge in Italia può aiutare a stupirci nuovamente per tutta la bellezza che ci circonda e che rischiamo di non vedere e stimare a sufficienza nella sua importanza e nel suo valore. Una promettente e giovane violinista ucraina, di soli 22 anni, dopo aver ricordato il suo arrivo in Italia all’età di dieci anni per continuare la sua formazione musicale, si è recentemente così espressa: «Ci siamo trasferiti nella patria della cultura, della musica e dei grandi compositori; in un paese così incantevole che, anche volendo, la bellezza è proprio impossibile nasconderla. Qui ogni cosa ha un’anima e tutto contribuisce ad arricchirmi, come persona e come artista; respirare tutta questa meraviglia offre uno stimolo e un’occasione in più» (Avvenire, 21. 12. 2016). Non è fuori luogo allora chiederci quanti studenti italiani, o semplicemente quanti italiani possono dire di sentirsi «arricchiti» come persone, anche se artisti non si è, dalla bellezza che li circonda.

L’idea che sta all’origine di questa estemporanea riflessione è allora la seguente: forse ci accorgiamo della bellezza di cui siamo quotidianamente attorniati solo quando ci viene a mancare, solo quando, per le più svariare cause, ci viene sottratta o, peggio ancora, distrutta. Forse!

Proviamo a immaginare, e la cosa dà i brividi, quale ferita subirebbe il panorama artistico italiano con la relativa carica simbolica che ogni opera d’arte porta in sé e da secoli va comunicando, se un giorno a Roma andassero distrutti, o anche solo gravemente lesionati, la Cappella Sistina o il Colosseo, a Milano l’Ultima Cena di Leonardo e il Duomo, a Venezia la Basilica di San Marco, a Pisa la Torre pendente, a Firenze il Battistero e la Galleria degli Uffizi, a Palermo la Cappella Palatina.

Per mettere in risalto l’incalcolabile perdita che potremmo malauguratamente subire, abbiamo nominato alcune delle più famose opere dell’ingegno artistico italiano, ben sapendo che ad ogni comunità sono care e stanno a cuore anzitutto le opere a cui essa è più legata e nelle quali può rileggere la propria storia.

Il linguaggio della bellezza

Affrontando un testo scritto in una lingua straniera, che pur impiega i caratteri latini ma non conosciamo, proviamo un senso di impotenza. Tale disagio aumenta se il confronto avviene con una lingua che usa caratteri provenienti, ad esempio, dall’Estremo Oriente. Quei segni grafici contengono un significato, ma a noi resta sconosciuto, vediamo sì dei segni, ma per noi restano muti. Qualcosa di simile accade quando siamo di fronte a opere d’arte che, dopo aver destato in noi una prima emozione, resteranno mute fino al giorno in cui non impareremo il loro specifico linguaggio. 

Nell’enciclica Laudato si’ Papa Francesco ha scritto che «nella nostra relazione con il mondo» è necessario ritornare a parlare «il linguaggio della fraternità e della bellezza». La distruzione della bellezza artistica, causata dal recente terremoto, rende ancor più necessario e urgente imparare questo «linguaggio», ad una necessaria precondizione: che se ne senta la mancanza.

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