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di P. Aldino Cazzago ocd

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L’autore dell’inno Akathistos non poteva, ovviamente, esimersi da una riflessione, seppur sotto forma di poesia, sull’evento dell’Incarnazione. Con essa egli vuole implicitamente rispondere ad alcune domande che potrebbero essere così formulate: «Qual è il fine dell’Incarnazione?», «Come è avvenuta?» e «Quali sono i suoi effetti per l’uomo?».

L’Incarnazione non ha altro fine che quello della salvezza dell’uomo. Per raggiungerlo, «il Dio Verbo infinito» (strofa 15) ha scelto di far sua, di assumere, la nostra natura umana. La Scrittura  ricorda questo fatto con le parole della lettera ai Filippesi quando afferma che Gesù Cristo «pur essendo nella condizione di Dio (…) svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini» (2,6-7). La strofa diciottesima riecheggia questo pensiero esprimendosi così:

Per salvare il creato
il Signore del mondo
volentieri discese quaggiù.
Qual Dio era nostro Pastore,
ma volle apparire tra noi come Agnello:
con l’umano attraeva gli uomini.

L’inno Akathistos è in piena sintonia con il Simbolo di fede. Quest’ultimo, infatti, ricorda che il Verbo «si è fatto uomo» «per noi uomini e per la nostra salvezza». «Il Signore del mondo», pur potendolo, non se ne sta racchiuso nel cielo e, perciò, lontano dalla terra, ma «volentieri» si fa uomo. La condivisione dell’«umano» è stata la strada che egli ha scelto per salvare l’uomo, cioè per attirarlo a sé. Pur potendo presentarsi come colui che guida, come «pastore», egli ha scelto di mostrarsi come «Agnello». Agli occhi dell’autore dell’inno, la salvezza, oltre ad un significato antropologico, ha  un valore cosmico. Dio viene anche per «salvare il creato».

Nella strofa tredicesima era stato detto che l’Incarnazione aveva colmato di stupore gli uomini e con essi l’autore stesso dell’inno: «Di natura le leggi innovò il Creatore apparendo tra noi suoi figlioli (…) e noi che ammiriamo il prodigio cantiamo alla Santa [Vergine]».

Ora un analogo stupore prende anche i messaggeri celesti. La strofa sedicesima lo canta con queste parole:

«Si stupirono gli Angeli
per l’evento sublime
della tua Incarnazione divina:
chè il Dio inaccessibile a tutti
vedevano fatto accessibile, uomo,
dimorare fra noi.

Anche la strofa quattordicesima parla del metodo, cioè della via, scelta da Dio per attrarre a sé gli uomini. Il contrasto tra il soggetto, Dio, e la modalità da lui scelta per mostrarsi, è ancora una volta stridente: «l’Altissimo» assume «umili» sembianze umane. Tutto questo, come anticipato nella terza strofa, grazie alla Vergine che, al pari di una «scala celeste», ha permesso all’«Eterno» di scendere tra gli uomini e di farsi uomo:

Tale parto ammirando,
ci stacchiamo dal mondo
e al ciel volgiamo la mente.
Apparve per questo fra noi
in umili umane sembianze l’Altissimo
per condurre alla vetta.

Sull’uomo grava, però, il peso della condanna seguita al peccato. Ora con l’Incarnazione il «Redentore» ha perdonato «ogni antico debito» a coloro che avevano «perduto la grazia». Una volta ancora l’autore dell’inno si fa eco degli insegnamenti di San Paolo (cfr. Col 2,13-14):

Condonare volendo
ogni debito antico
fra noi il Redentore dell’uomo
discese e abitò di persona:
fra noi che avevamo perduto la grazia.
Distrusse lo scritto del debito

«Qual è il fine dell’Incarnazione?», ci eravamo chiesti in apertura di riflessione. La risposta si arricchisce ora di un nuovo aspetto: fine ultimo, traguardo finale dell’Incarnazione è quello del ritorno dell’uomo, dell’«Adamo caduto» (strofa 1) alla casa, alla «vetta», di Dio. Alla fine del IV secolo Basilio Magno lo esprimeva in questo modo: «L’economia di Dio nostro salvatore riguardo agli uomini è un richiamo dall’esilio e un ritorno alla familiarità di Dio dall’inimicizia provocata dalla disubbidienza» (Sullo Spirito Santo, 15,35).

Ai nostri giorni la riflessione poetica dell’inno Akathistos sull’Incarnazione, inno «poderoso e dolcissimo», secondo l’espressione di Giovanni Paolo II, ha trovato nuova espressione in un altro suo documento pressoché dimenticato. Si tratta della lettera apostolica Orientale lumen datata 2 maggio 1995. Al paragrafo n. 15 leggiamo questa profonda e intima spiegazione dell’Incarnazione. È intima non perché sentimentale, ma perché più addentro, più in profondità, essendo «intimo» il superlativo di intus, che significa dentro.  Scrive il pontefice: «In Cristo, vero Dio e vero uomo, si svela la pienezza dell'umana vocazione: perché l'uomo diventasse Dio il Verbo ha assunto l'umanità. L'uomo, che conosce continuamente il gusto amaro del suo limite e del suo peccato, non si abbandona allora alla recriminazione o all'angoscia perché sa che dentro di sé opera la potenza della divinità. L'umanità è stata assunta da Cristo senza separazione dalla natura divina e senza confusione [cfr. Symbolum Chalsedonense, DS 301-302], e l'uomo non è lasciato solo a tentare, in mille modi spesso frustrati, una impossibile scalata al cielo: vi è un tabernacolo di gloria, che è la persona santissima di Gesù il Signore, dove divino e umano si incontrano in un abbraccio che non potrà mai essere sciolto: il Verbo si è fatto carne, in tutto simile a noi eccetto il peccato. Egli versa la divinità nel cuore malato dell'umanità e, infondendovi lo Spirito del Padre, la rende capace di diventare Dio per grazia».

Nella ventesima strofa l’anonimo autore dell’inno osserva che l’uomo non potrà mai ringraziare sufficientemente Dio per le «innumerevoli grazie» e per i «doni» ricevuti. Tra questi, ve n’è uno che tutti li supera: quello di «diventare Dio per grazia». È il dono della deificazione: «Essendo Dio, egli discende sulla terra ma dalla terra ci conduce in alto, si fa uomo e l’uomo è deificato» (N. Cabasilas, La vita in Cristo, IV. 3).