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di P. Aldino Cazzago ocd

Visitazione-affresco-Pelendri-Cipro

Proseguendo la nostra riflessione sull’Avvento, aiutati di nuovo dall’inno Akathistos, ci soffermiamo a riflettere sull’incontro tra la Vergine Maria e la cugina Elisabetta. Come noteremo fra un istante, l’autore dell’inno, in modo assai originale, farà parlare addirittura il bambino, Giovanni Battista, che Elisabetta porta in grembo. Non si tratta evidentemente di espressioni tratte dai Vangeli, ma bensì di parole che, una volta sgorgate dal cuore innamorato dell’autore, sono state poi messe sulla bocca di colui in questo modo già comincia la sua missione di precursore del Signore. Parlando di questo inno, papa Giovanni Paolo II ha affermato che «nulla come l’ardire talora temerario della poesia pare essere in grado di esprimere la sovrabbondante ricchezza del mistero di Dio». L’episodio dell’incontro tra Maria ed Elisabetta è così descritto:

Con in grembo il Signore
premurosa Maria
ascese e parlò a Elisabetta.
Il piccolo in seno alla Madre
sentì il verginale saluto, esultò,
e balzando di gioia cantava alla Madre di Dio:

Ave, o tralcio del santo Germoglio; ave, o ramo di Frutto illibato.
Ave, coltivi il divino Cultore; ave, dài vita all’Autor della vita.
Ave, Tu campo che frutti ricchissime grazie; ave, tu mensa che porti pienezza di doni.
Ave, un pascolo ameno Tu fai germogliare; ave, un pronto rifugio prepari ai fedeli.
Ave, di suppliche incenso gradito; ave, perdono soave del mondo.
Ave, clemenza di Dio verso l’uomo; ave, fiducia dell’uomo con Dio.
Ave, Vergine e Sposa!

In questa sequenza di lodi vale la pena sottolineare anzitutto i titoli, con cui è descritta la Vergine Maria: «tralcio di santo Germoglio» e «ramo di Frutto illibato». Ella fa crescere Colui che si prende cura di ogni cosa. In un crescendo di stupore, la lode risale ancora più verso alto: la Vergine Madre dà vita «all’Autor della vita». La benedizione offerta a Maria torna in verità a vantaggio di tutti gli uomini. Ella porta loro «ricchissime grazie» e «pienezza di doni», il più grande dei quali è il Figlio di Dio.

La figura di Maria è importante anche per un altro motivo. In lei avvengono per così dire due movimenti: quello di Dio verso l’uomo, e quello dell’uomo verso Dio. Mentre nella terza strofa la Vergine era descritta come la «scala celeste» che Dio aveva disceso per incontrare gli uomini, e «ponte» grazie al quale gli uomini passano dalla terra al cielo, ora, nella quinta strofa, ella è chiamata «perdono soave del mondo», o, come preferiscono altre traduzioni, «propiziazione del mondo intero». Contemporaneamente ella è anche una supplica che come «incenso gradito» sale a Dio. Continuando nella stessa logica, la Vergine è «clemenza di Dio verso l’uomo» e «fiducia dell’uomo con Dio».

Nella scena di Maria in visita alla cugina Elisabetta vi è un aspetto che forse non consideriamo a sufficienza. In questo suo andare verso la cugina, Maria compie un’originale opera di evangelizzazione. Se evangelizzare significa «annunciare la Buona Novella», ella, prima che con la parola, lo fa addirittura con il suo stesso corpo. «Maria - diceva Giovanni Paolo II commentando questa stessa strofa dell’Akathistos - andò da Elisabetta per portarle il Verbo di Dio fatto carne nel suo seno».

Protagonista della sesta strofa è Giuseppe. L’anonimo autore dell’inno lo descrive così:

«Con il cuore in tumulto
fra pensieri contrari
il savio Giuseppe ondeggiava:
tuttora mirandoti intatta
sospetta segreti sponsali, o Illibata!
Quando Madre ti seppe
da Spirito Santo, esclamo: Alleluia!».

Secondo una interpretazione patristica di cui l’inno si fa eco, Giuseppe è assalito da un due interrogativi circa la Vergine Maria: quella della sua infedeltà alla promessa e quello umanamente inspiegabile, della verginità e della maternità. L’interrogativo trova risposta quando Giuseppe apprende che il Figlio che nascerà da Maria, e perciò la sua stessa maternità, sono opera dello Spirito Santo. Al tema della verginità e a quello della maternità l’inno dedicherà poi rispettivamente le strofe tredicesima e quindicesima. Qui ne riportiamo solo i rispettivi inizi:

«Di natura le leggi
innovò il Creatore
apparendo tra noi, suoi figlioli:
fiorito da grembo di Vergine,
lo serba qual era da sempre inviolato».
«Era tutto qui in terra
E di sé tutti i cieli
riempiva il Dio Verbo infinito:
non già uno scambio di luoghi,
ma un dolce abbassarsi di Dio verso l’uomo
fu il nascer da Vergine,
Madre che tutti acclamiamo».

Anche oggi, il «Verbo infinito» continua il suo «dolce abbassarsi» su ogni uomo. Chiede solo che lo accogliamo.