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di P. Aldino Cazzago ocd

sucevita

In questa seconda riflessione sull’avvento, ci soffermiamo a contemplare più da vicino la figura della Madre di Dio facendoci aiutare da una lunga preghiera della tradizione bizantina. Si tratta del famoso inno Akathistos composto da un anonimo autore verso la fine del V secolo o l’inizio del VI e che si recita o si canta «non-seduti», come dice appunto il termine a-kathistos.

La Chiesa di tradizione bizantina canta per intero questo inno nel quinto sabato di Quaresima e solo una parte di esso per ognuno dei quattro sabati precedenti. Nelle chiese dei monasteri ortodossi l’inno Akathistos è spesso dipinto con maestria e bellezza. Qui ricordiamo quella del monastero di Vatopedi al Monte Athos e quella del monastero di Suceviţa in Romania.

Giovanni Paolo II ha detto che si tratta forse del «più bello degli inni mariani». Il lunghissimo inno è una stupefatta meditazione sulla figura della Madre di Dio colta nel suo indissolubile legame con il mistero del Figlio di Dio che da lei ha preso carne, e con quello della Chiesa che in lei è prefigurato.

La scelta di soffermarsi a rileggere questo testo nel tempo di avvento del calendario liturgico romano è dettata dalla convinzione che la Madre di Dio è la figura centrale di questo periodo liturgico. Se l’atteggiamento spirituale di questo tempo è riassumibile in quello dell’ “attesa”, allora nessuno meglio della Vergine di Nazareth può esserci di guida in questo itinerario verso la memoria dell’evento dell’incarnazione del Figlio di Dio.

L’inno è diviso in due grandi parti di 12 stanze, o strofe, ciascuna. La prima parte, cadenzata da una struttura liturgico-narrativa, ripercorre da vicino i Vangeli dell’Infanzia. Gli episodi dell’Annunciazione, della visita di Maria ad Elisabetta, della nascita di Gesù, dei Magi, della fuga in Egitto e dell’incontro con il vecchio Simeone sono rivisitati con originale profondità e acutezza. La seconda parte, e cioè dalla strofa tredicesima alla ventiquattresima, traccia invece una grande riflessione sui temi teologici mariani quali sono appunto il concepimento verginale, la divina maternità e la presenza e il rapporto di esemplarità con la Chiesa.

I commentatori sono soliti distinguere nell’inno le strofe dispari da quelle pari. Le dispari dopo aver presentato un episodio si effondono in 12 acclamazioni di lode a Maria; quelle pari, sono invece molti più brevi e rappresentano una specie di sosta per contemplare il mistero del Verbo. Nella prima strofa l’anonimo autore dell’inno descrive così l’incontro dell’angelo Gabriele con Maria:

Il più eccelso degli Angeli fu mandato dal cielo per dir «Ave» alla Madre di Dio.
Al suo incorporeo saluto vedendoti in Lei fatto uomo, Signore, in estasi stette, acclamando la Madre così:
Ave, per te la gioia risplende; ave, per te il dolore s’estingue.
Ave, salvezza d’Adamo caduto; ave, riscatto del pianto di Eva.
Ave, tu vetta sublime a umano intelletto; ave, tu abisso profondo agli occhi degli Angeli.
Ave, in te fu elevato il trono del Re; ave, o grembo del Dio che s’incarna.
Ave, per te si rinnova il creato; ave, per te il Creatore è bambino. Ave, Vergine e Sposa!

Se proviamo a rileggere questa prima strofa ci accorgiamo subito dello stupore che assale l’angelo Gabriele quando vede che Dio ha preso forma in Maria. Le dodici espressioni di lode con cui egli saluta la Vergine Maria sono un’unica grande esaltazione del prodigio che è appena avvenuto in Lei.

L’incarnazione del Figlio di Dio segna la fine dell’antica inimicizia tra Dio e l’uomo e tra Dio e l’intero creato. «Ave, salvezza di Adamo caduto; ave, riscatto del pianto di Eva», e «Ave, per te si rinnova il creato», aveva detto l’angelo Gabriele. La terza strofa ci parla dello stupore di Maria e della risposta che l’angelo dà alla sua richiesta di chiarimenti:

Desiava la Vergine di capire il mistero e al nunzio divino chiedeva:
«Potrà il verginale mio seno mai dare alla luce un bambino? Dimmelo!».

E quei riverente acclamandola disse così:
Ave, Tu guida al superno consiglio; ave, tu prova d’arcano mistero.
Ave, Tu il primo prodigio di Cristo; ave, compendio di sue verità.
Ave, o scala celeste che scese l’Eterno; ave, o ponte che porti gli uomini al cielo. (...).
Ave, la Luce ineffabile hai dato; ave, Tu il "modo" a nessuno hai svelato.
Ave, la scienza dei dotti trascendi; ave, al cuor dei credenti risplendi.
Ave, Vergine e Sposa!

La risposta dell’angelo è nuovamente carica di meraviglia. Egli sembra dirci che, dal punto di vista dell’uomo, il primo prodigio che bisogna osservare non è tanto quello di Cristo che si incarna ma quello di una donna che diventerà Madre di Dio. Grazie a Lei, Dio, nel suo Figlio eterno, torna ad abitare tra gli uomini, e grazie a Lei gli uomini possono nuovamente avere accesso a quel paradiso da cui erano stati scacciati. «Ave, o scala celeste che scese l’Eterno; ave, o ponte che porti gli uomini al cielo», le aveva detto l’angelo.L’Annunciazione ci ricorda che Dio Padre non cessa di andare alla ricerca di coloro che un giorno aveva creato. Dal grembo di Maria questa ricerca prende forma e nome. Si tratta di Gesù Cristo Figlio eterno di Dio.