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di P. Aldino Cazzago ocd

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Di un pontefice si ricorda spesso l’anniversario della sua elezione o la data della sua morte; meno frequentemente si fa memoria dell’anniversario della sua ordinazione sacerdotale. Ebbene, l’ormai prossimo 1 novembre segna il 70° anniversario dell’ordinazione sacerdotale di San Giovanni Paolo II. Quello che accadde in quel giorno, l’ 1 novembre 1946, in una Polonia devastata dalla Seconda Guerra Mondiale, terminata da poco più di un anno, Giovanni Paolo II lo ha consegnato ad alcune pagine di Dono e mistero, il suo primo libro autobiografico, pubblicato nel 1996 nell’imminenza del 50° di sacerdozio.

Luogo dell’ordinazione fu la cappella privata degli Arcivescovi di Cracovia. Momenti centrali di quella liturgia furono la prostrazione a terra in forma di croce, mentre le poche persone presenti cantavano il Veni, Creator Spiritus e l’imposizione della mani da parte del vescovo1. Ecco le sue parole:

«Mi rivedo, così, in quella cappella durante il canto del Veni, Creator Spiritus e delle Litanie dei Santi, mentre steso per terra in forma di croce, aspettavo il momento dell’imposizione delle mani. […] C’è qualcosa di impressionante nella prostrazione degli ordinandi: è il simbolo della loro totale sottomissione di fronte alla maestà di Dio e contemporaneamente della piena disponibilità all’azione dello Spirito Santo, che discende in lui come artefice della consacrazione. […] L’imposizione delle mani è continuazione del gesto già praticato nella Chiesa primitiva per indicare il dono dello Spirito Santo in vista di una determinata missione».

Qualche riga dopo così prosegue:

«Chi s’appresta a ricevere la sacra Ordinazione si prostra con tutto il corpo e poggia la fronte sul pavimento del tempio, manifestando con ciò la sua completa disponibilità ad intraprendere il ministero che gli viene affidato. Quel rito ha profondamente segnato la mia esistenza sacerdotale»2.

Un’altra occasione per tornare a quel giorno straordinario è l’omelia alla messa celebrata l’1 novembre 1996, in ricordo del 50° anniversario della propria ordinazione.

«“Ecco il gran sacerdote che nei suoi giorni piacque a Dio, e fu trovato giusto, e nel giorno dell’ira fu strumento di riconciliazione . . . A lui diede la benedizione di tutte le genti e confermò il suo patto sopra il capo di lui” (cf. Sir 44,16ss.;45,3ss.). Queste parole, tratte dalla Messa del Comune dei Confessori Pontefici secondo l’antica Liturgia, mi tornano spesso alla mente. Esse mi riportano ai tempi della mia Ordinazione sacerdotale, avvenuta cinquant’anni fa, proprio nel giorno in cui la Chiesa celebra tutti i Santi».

Dopo aver rivolto un pensiero di incoraggiamento ai giovani sacerdoti e a quelli anziani o ammalati, ringrazia la Chiesa di Roma che sta vivendo con lui questo momento di gioia. Poi così continua:

«Come suonano eloquenti in questo giorno le parole di san Giovanni apostolo: “Quale grande amore ci ha dato il Padre” (1Gv 3,1); non soltanto ci ha “chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente” (1Gv 3,1), ma ci ha resi partecipi del sacerdozio di Cristo. Mediante il sacramento dell’Ordine, noi sacerdoti possiamo offrire “in persona Christi” l’unico ed eterno Sacrificio della Nuova Alleanza. Per questo rendo grazie a Dio perché mi ha concesso di celebrare la Santa Messa ogni giorno in questi cinquant’anni, a partire dal primo novembre 1946.

Rievocati i momenti essenziali della liturgia dell’ordinazione, chiude così il ricordo di quel lontano giorno: «Sono ricordi incancellabili, che rivivo in questo giorno con indicibile gratitudine verso il Signore».

La stima che Giovanni Paolo II nutriva nei confronti del sacerdozio è bene illustrata da questo piccolo episodio. Un giorno un monsignore riconobbe in un barbone che viveva in una delle tante viuzze vicine a Piazza San Pietro un sacerdote che aveva lasciato il ministero. Dopo qualche tempo egli riuscì a convincere questo ex-sacerdote a partecipare a un’udienza con non molte persone. Giovanni Paolo II venne avvisato della presenza del “barbone”. Terminato l’incontro, il papa chiamò questo barbone in una sala riservata e all’uscita questi scoppiò in lacrime. «Il pontefice, spiegò, gli aveva chiesto di confessarlo, e dopo la confessione, gli aveva detto: “Vedi quanto è grande il sacerdozio? Non deturparlo”»3.

Queste note si chiudono con la breve riflessione che Karol Wojtyła, a Roma per il concilio, manda a Wanda Półtawska in risposta ad una sua precedente lettera. La riflessione porta la data del 30 ottobre 1962:

«È arrivata un’altra [tua] lettera, mandata in occasione della mia consacrazione. Ti ringrazio perché lo ricordi così bene. Quello che hai scritto aiuterà anche me a vivere quel giorno nel quale il Signore Dio mi ha dato una grazia così grande. Esiste una certa analogia fra quella grazia e la grazia della nascita. Dato che ci saranno tre giorni di intervallo, dall’ 1 al 3 novembre ho intenzione di fare gli esercizi spirituali che non ho avuto il tempo di fare in Polonia»4.

Anche se dal punto di vista atmosferico l’ 1 novembre 1946 fu «una giornata grigia, triste»5, dal punto di vista di Dio le cose sono andate ben diversamente. In quel giorno Egli faceva nascere per chiamare al servizio suo e della Chiesa un sacerdote che diventerà, anche canonicamente, santo. 

Note:

1 Per una dettagliata descrizione della liturgia dell’ordinazione sacerdotale allora in vigore si rimanda a G. Weigel, Testimone della speranza, Mondadori, Milano 1999, pp. 99-102.

2 Giovanni Paolo II, Dono e mistero, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1996, p. 52. 53.

3 S. Oder, Perché è santo, Rizzoli, Milano 2010, p. 37.

4 W. Półtawska, Diario di una amicizia. La famiglia Półtawski e Karol Wojtyła, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2010, p. 63. Nostro il corsivo.

5 M. Malinski, Il mio vecchio amico Karol, Paoline, Roma 1980, p. 83.