di P. Aldino Cazzago ocd

he qi pentecoste

Il 18 maggio 1986, solennità di Pentecoste, Giovanni Paolo II firmava uno dei più difficili, e ahimè presto dimenticati, testi del suo lungo magistero: l’enciclica Dominun et vivificantem sullo Spirito Santo nella vita della Chiesa e del mondo. Con essa egli portava a compimento quello che qualche anno dopo l’allora cardinale Ratzinger definirà come il “trittico trinitario” di Giovanni Paolo II. Questa potente riflessione si era aperta nel marzo 1979 con l’enciclica Redemptor hominis ed era poi proseguita nel dicembre 1980 con la Dives in misericordia, che, sia detto per inciso, sarebbe utile riscoprire in questo anno giubilare che ha come centro il volto misericordioso di Dio.

Breve sintesi

La lunga e complessa enciclica, 67 lunghi paragrafi, si suddivide in tre parti. Al centro della prima (nn. 3-26), intitolata “Lo Spirito del Padre e del Figlio, dato alla Chiesa”, il pontefice pone la sua articolata riflessione sulla natura e la missione dello Spirito Santo nella vita intratrinitaria e nella Chiesa. Scrive il pontefice: “Si può dire che nello Spirito Santo la vita intima di Dio uno e trino si fa tutta dono, scambio di reciproco amore tra le divine Persone, e che per lo Spirito Santo Dio «esiste» a modo di dono. È lo Spirito Santo l’espressione personale di un tale donarsi, di questo essere–amore” (n. 10). Lo Spirito Santo è per eccellenza “Persona–amore” e “Persona–dono” (n. 10) e si può affermare che la storia della salvezza, a partire dalla creazione stessa, ne sia un continuo manifestarsi. Gli “eventi pasquali […] sono anche il tempo della nuova venuta dello Spirito Santo, come Paraclito e Spirito di Verità” (n. 23). Secondo questa nuova modalità verrà donato anche “agli apostoli e alla Chiesa, e per mezzo di essi, all’umanità e al mondo intero” (n. 23).

Nella seconda parte (nn. 27-48), intitolata “Lo Spirito che convince il mondo quanto al peccato”, il pontefice, prendendo spunto dalle parole di Cristo ai discepoli  – “E quando sarà venuto [lo Spirito], egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio” (Gv 16,7) – si sofferma a rileggere l’inizio e la dinamica di questa opposizione all’azione dello Spirito Santo. Tale opposizione si intravede già al sorgere della storia umana, quando, “sotto l’influenza del «padre della menzogna»” (n. 37), l’uomo rifiuta la verità su di sé e su Dio. Missione dello Spirito sarà allora quella di “convincere” (n. 32) del peccato l’uomo e il mondo. Il dramma della libertà contempla, però, che l’uomo possa anche ostinatamente rifiutare “la salvezza che Dio offre all’uomo mediante lo Spirito Santo, operante in virtù del sacrificio della Croce” (n. 46).  La “bestemmia contro lo Spirito Santo” (n. 46) accade proprio a questo livello.

Lo Spirito che dà la vita” è il titolo della terza parte (nn. 49-66). Qui, con una lungimiranza non comune, siamo infatti nel 1986, il pontefice guarda già al Giubileo dell’Anno duemila e all’inizio del terzo millennio dell’era cristiana. “La Chiesa non può prepararsi ad esso in nessun altro modo, se non nello Spirito Santo” (n. 51), egli scrive. Nello Spirito Santo anche l’uomo è chiamato a comprendere “in modo nuovo” se stesso e “la propria umanità” (n. 59). Mentre lo Spirito Santo assicura ai discepoli di tutti i tempi la presenza di Cristo sotto la forma della grazia sacramentale (“Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”), nella preghiera, lo stesso Spirito, quale “soffio della vita divina”, è presente “nella maniera più semplice e comune” (n. 65).  Scrive Giovanni Paolo II: “La preghiera per opera dello Spirito Santo diventa l’espressione sempre più matura dell’uomo nuovo, che per mezzo di essa partecipa alla vita divina” (n. 65).

Nello scorrere del tempo, dopo venti secoli di storia, la Chiesa non può dimenticare «il mistero della sua nascita» e il luogo della sua origine. “Se è un fatto storico che la Chiesa è uscita dal Cenacolo il giorno di Pentecoste, si legge al paragrafo n. 66, in un certo senso si può dire che non lo ha mai lasciato. Spiritualmente l’evento della Pentecoste non appartiene solo al passato: la Chiesa è sempre nel Cenacolo, che porta nel cuore”.

Il paragrafo conclusivo è al contempo una splendida sintesi dell’enciclica e una invocazione rivolta allo Spirito Santo dal pontefice a nome di tutta la Chiesa.

Conclusione

Come ha scritto George Weigel, forse il maggior conoscitore della vita e del pensiero di Giovani Paolo II, “la Dominum et vivificantem costituisce la più lunga e complessa meditazione sullo Spirito Santo nella storia degli insegnamenti papali”.

A trent’anni di distanza, l’enciclica continua ad offrire la sua profondità di analisi della realtà che circonda l’uomo, il cristiano e la Chiesa. Sarebbe un peccato se oggi questa riflessione di San Giovanni Paolo II fosse dimenticata. “La Chiesa col suo cuore, che in sé comprende tutti i cuori umani, chiede allo Spirito Santo la felicità, che solo in Dio ha la sua completa attuazione” (n. 67). Qualcuno pensa che oggi forse gli uomini abbiamo bisogno d’altro?