di P. Stefano Conotter ocd

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La festa del 20 luglio ci dà l’occasione di rileggere la vicenda inesauribile del profeta Elia. I sei capitoli che gli sono dedicati nella Bibbia, a cavallo dei due Libri dei Re, hanno continuato ad ispirare lungo la storia tantissimi uomini, secondo le diverse epoche. Ebrei, cristiani e musulmani continuano a vedere nel profeta un personaggio sempre attuale, e noi carmelitani non siamo certo da meno in questa haggadah, in questa rilettura continua della vicenda di Elia.

Forse l’attualità del fenomeno della migrazione ci offre una chiave di lettura diversa della figura del profeta, che a sua volta può offrirci un modo più profondo di cogliere la posta in gioco della sfida attuale (tra l’altro, ricordiamo che proprio in questi giorni è stata pubblicata su Avvenire la coraggiosa lettera aperta sui migranti firmata da alcuni monasteri di clarisse e carmelitane scalze, fra le quali i carmeli di Cividino e di Venezia della nostra Provincia veneta).

In effetti, a ben guardare, la vicenda di Elia è una continua migrazione. Al capitolo 17 del primo Libro dei Re, il profeta appare sulla scena biblica all’interno di un conflitto politico-religioso con il re Acab, conflitto che ha anche dei risvolti climatici, per usare un’espressione moderna: "Per la vita del Signore, Dio di Israele, alla cui presenza io sto, in questi anni non ci sarà né rugiada né pioggia, se non quando lo dirò io" (1 Re 17,1). Elia è subito invitato dalla parola del Signore ad abbandonare il suo paese e a migrare verso l’oriente, ad est del Giordano [1], per cercare una regione in cui poter vivere: «Andò a stabilirsi sul torrente Cherit, che è a oriente del Giordano. I corvi gli portavano pane al mattino e carne alla sera; egli beveva al torrente» (1 Re 17,5) [2].

Dopo un certo tempo, il cambiamento climatico raggiunge anche questa regione ed Elia è invitato ad una nuova migrazione (1Re 17,7-9). Elia è costretto a recarsi in un altro paese straniero, la cui regina gli è ostile a causa della sua attività di profeta. Deve chiedere asilo ad una povera vedova di Zarepta, nella regione di Tiro e Sidone, che condivide con lui le poche risorse che le rimangono per vivere. Elia, che è portatore di una benedizione inesauribile, deve chiedere ospitalità a chi ha già poco per vivere. Questo tema dello straniero che è ospitato e che diventa fonte di benedizione per chi lo accoglie è presente anche in tanta letteratura antica. Pensiamo all’Odissea e all’accoglienza di Ulisse a Itaca o al racconto del granellino di riso offerto al povero che poi si ritrova nel sacco come granellino d’oro.

Dopo molto tempo Elia ritorna in Samaria, ma il conflitto con il re Acab continua fino a raggiungere il suo culmine nella sfida sul Monte Carmelo lanciata ai profeti di Baal. La sfida politico-religiosa si gioca su una accusa vicendevole: Acab accusa Elia di essere la causa del cambiamento climatico, mentre il profeta accusa Acab di aver introdotto una concezione pagana del potere, quella della regina Gezabele, che usa anche della religione, e perfino lo yahvismo, per affermare la sua sovranità assoluta. L’episodio della vigna di Naboth, al capitolo 21, ne è la dimostrazione più evidente: Gezabele usa la legge d’Israele per eliminare Naboth e usurpare la terra ereditata dai padri.

Elia esce vincitore dalla sfida del Monte Carmelo, ma deve ancora migrare per fuggire alla collera di Gezabele e questa volta va verso sud, verso il Monte Oreb. Lungo il cammino Elia esperimenta una forma di depressione che lo spinge a desiderare di morire, di farla finita, stanco e deluso della lotta. Possiamo pensare all’odissea di tanti migranti che perdono la speranza davanti all’infrangersi del sogno di trovare delle condizioni migliori di vita. Ma ancora una volta Elia è invitato a proseguire il cammino verso quel luogo santo in cui è nata l’alleanza e l’identità del popolo d’Israele, nel periodo della sua peregrinazione nel deserto. È lì che Elia riporta simbolicamente il popolo, per fargli ritrovare la sua vera identità, come in un nuovo Esodo. Anche se Israele è ormai installato nella terra promessa, non deve mai dimenticare la sua radice di popolo migrante, pena il cedimento a uno sfruttamento idolatra della terra che è la vera causa del cambiamento climatico.

È qui che la migrazione di Elia diventa un itinerario spirituale: il profeta abbandona un’immagine di Dio a cui si era attaccato e che voleva imporre con le sue capacità, per scoprire un volto nuovo di Dio: Il Signore non è nel vento gagliardo da spaccare i monti, non è nel terremoto, non è nel fuoco, ma nel sussurro di un vento leggero. Questo incontro e questa conversione sono il vero significato del migrare di Elia. Gli esegeti fanno notare che quando è Elia stesso che parla a nome del Signore pronuncia delle minacce che sono una sfida fra potenti che conducono alla distruzione (1 Re 17,1; 18, 19), mentre quando gli annunci di Elia sono preceduti dalla formula classica dell’oracolo profetico («la parola del Signore fu rivolta ad Elia») contengono sempre una promessa di vita (1 Re 17,2ss.8 ss.; 18,1).

Elijah to heaven

È per questo che anche la conclusione della vicenda di Elia è presentata come una migrazione che lo porta di nuovo fuori della sua patria. Facendo il percorso inverso alla conquista della Terra promessa, attraversato il Giordano, Elia è rapito in cielo nel carro di fuoco. Così Elia ci ricorda che la condizione stessa dei cristiani è di essere «pellegrini e stranieri» (1 Pt 2,11) perché «la nostra patria è nei cieli» (Fil 3,20).

Questa dimensione paradigmatica della condizione migratoria ce la ricorda anche Papa Francesco nel messaggio per la prossima giornata mondiale del migrante:

«Le società economicamente più avanzate sviluppano al proprio interno la tendenza a un accentuato individualismo che, unito alla mentalità utilitaristica e moltiplicato dalla rete mediatica, produce la “globalizzazione dell’indifferenza”… Per questo, la presenza dei migranti e dei rifugiati – come, in generale, delle persone vulnerabili – rappresenta oggi un invito a recuperare alcune dimensioni essenziali della nostra esistenza cristiana e della nostra umanità, che rischiano di assopirsi in un tenore di vita ricco di comodità. Ecco perché “non si tratta solo di migranti”, vale a dire: interessandoci di loro ci interessiamo anche di noi, di tutti; prendendoci cura di loro, cresciamo tutti; ascoltando loro, diamo voce anche a quella parte di noi che forse teniamo nascosta perché oggi non è ben vista».

Forse, alla scuola di Elia, siamo anche noi carmelitani chiamati a essere profeti migranti [3], per cogliere questa sfida attuale come un’occasione che riguarda la nostra umanità e la nostra identità profonda di cristiani.

Note:

[1] Ricordiamo per inciso che quella regione, al di là del Giordano, che ha ospitato Elia, l’attuale Giordania, ha oggi la seconda più alta percentuale di rifugiati rispetto alla sua popolazione nel mondo: 89 rifugiati ogni 1000 abitanti

[2] A proposito dei “corvi”, una nota della Bibbia TOB dice che alcuni commentatori, attraverso una leggera modifica delle vocali, interpretano “arabi”, ricordando come in diverse occasioni degli stranieri vengono in aiuto al popolo di Dio offrendogli ospitalità (Gn 42-47; Rt 1,1; 1 Sam 27)

[3] Rimandiamo all’articolo di P. Fabio Roana pubblicato su questo sito in cui è ricordato il titolo della Vergine del Carmelo Stella del Mare, venerata soprattutto in Spagna come la «Protettrice della gente di mare». Segnaliamo anche la pubblicazione di F.G. Silletta, Elia, il profeta migrante, La casa di Miriam 2016.