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di F. Iacopo Iadarola ocd

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(articolo pubblicato su Rivista di Vita Spirituale 71 - 2-3/2017)

Una nuova via per la santità

“Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15,13). Sono degni di speciale considerazione ed onore quei cristiani che, seguendo più da vicino le orme e gli insegnamenti del Signore Gesù, hanno offerto volontariamente e liberamente la vita per gli altri ed hanno perseverato fino alla morte in questo proposito. È certo che l’eroica offerta della vita, suggerita e sostenuta dalla carità, esprime una vera, piena ed esemplare imitazione di Cristo e, pertanto, è meritevole di quella ammirazione che la comunità dei fedeli è solita riservare a coloro che volontariamente hanno accettato il martirio di sangue o hanno esercitato in grado eroico le virtù cristiane”.

(l'articolo è alquanto lungo: se ne consiglia la stampa cliccando sul piccolo ingranaggio in alto a destra o scaricando il PDF a questa pagina)

Con queste parole comincia la lettera apostolica in forma di motuproprio Maiorem hac dilectionem di Papa Francesco, data in Roma l’11 luglio 2017: un documento sorprendente, che non ha riscosso molta attenzione mediatica, ma che è destinato a mutare sensibilmente la futura vita della Chiesa, nella misura in cui il cuore di questa vita è la vita dei suoi santi. Con questo documento pontificio, infatti, viene aggiunta una nuova via di accesso alla beatificazione e alla canonizzazione di un fedele, oltre a quelle già esistenti (la via del martirio, la via delle pratica delle virtù eroiche, la “beatificazione equipollente” ovvero il riconoscimento di un culto antico ma non ancora ufficializzato). Questa via è simile e contigua alle precedenti ma anche nuova ed originale. È simile in quanto ciò che è contemplato dal motuproprio è un atto di offerta della vita analogo a quello del martirio, ma se ne differenzia per la mancanza di un persecutore che toglie la vita; è simile all’esercizio eroico delle virtù cristiane, in quanto quello dell’offerta della vita è sicuramente atto eroico, ma se ne differenzia in quanto è un atto unico nel tempo, e non una pratica continua negli anni (cionondimeno, il motuproprio specifica che, affinché il servo di Dio che abbia fatto l’offerta della vita possa venire beatificato, è richiesto l’esercizio delle virtù cristiane “almeno in grado ordinario”). Inoltre, perché l’iter di beatificazione possa procedere, è necessario che si verifichi un miracolo ufficialmente approvato grazie all’intercessione del servo di Dio che abbia fatto l’offerta della propria vita, in analogia alla via delle virtù eroiche e a differenza della via del martirio.

Pertanto, in piena armonia con le leggi di sviluppo della Chiesa, siamo di fronte a un passo di continuità e al contempo di innovazione nell’ambito del diritto canonico che regola le procedure giuridiche per il riconoscimento di nuovi santi da venerare: e questo passo è sull’onda lunga di un processo di ampliamento delle fattispecie di beatificazione cominciato secoli fa. Ripercorrendo infatti brevemente la storia della Chiesa, è possibile notare come il culto dei santi sia stato inizialmente limitato ai soli martiri, in seguito ai soli confessori della fede, con una particolare attenzione ai consacrati e personalità di alta levatura sociale…in tempi più recenti, con S. Giovanni Paolo II si è assistito a un incremento sostanziale del numero di canonizzazioni, specialmente di laici (cosa che gli costò numerose critiche), sulla scia del quale in perfetta continuità si pone ora papa Francesco. “Con questo provvedimento la dottrina sulla santità cristiana canonizzabile e la procedura tradizionale della Chiesa per la beatificazione dei servi di Dio non soltanto non sono state alterate, ma si sono arricchite di nuovi orizzonti e opportunità per l’edificazione del popolo di Dio, che nei suoi santi vede il volto di Cristo, la presenza di Dio nella storia e l’esemplare attuazione del Vangelo” conclude in un esaustivo commento del documento apparso sull’Osservatore Romano (12 luglio) S. E. Mons. Marcello Bartolucci, segretario della Congregazione delle Cause dei Santi (la quale, nella persona del suo prefetto il Card. Angelo Amato, per prima porse all’attenzione del Santo Padre la possibilità di aprire questa nuova via già nel 2014).

Ma entrando ora più nello specifico, come si configura l’atto di offerta della vita contemplato nel documento? Esso, oltre a richiedere come già anticipato un esercizio almeno ordinario delle virtù cristiane (nonché, come di consueto per tutti casi di beatificazione, la “fama dei segni e della santità”), deve consistere in un’”offerta libera e volontaria della vita ed eroica accettazione propter caritatem di una morte certa e a breve termine”, morte per la quale deve inoltre sussistere ed essere documentabile il nesso con l’offerta stessa. Un esempio concreto potrebbe essere quello di chi, in una situazione di emergenza, si offre di curare delle persone affette da una malattia contagiosa, consapevole dei rischi elevati di contagio, e muore in seguito al contagio effettivamente avvenuto. Il riferimento alle virtù cristiane, praticate ad un livello almeno ordinario, è fondamentale per non confondere l’offerta della vita propter caritatem con qualsiasi gesto di autodonazione naturalmente possibile ad ogni essere umano, cristiano o meno: qui si tratta esclusivamente di chi compie questo gesto come “piena ed esemplare imitazione di Cristo”. Un altro esempio, con buone possibilità di diventare il primo caso concreto di applicazione del motuproprio, è quello del giovane gesuita filippino Richie Fernando che morì nel 1996 nel tentativo di bloccare, facendo da schermo umano, uno studente impazzito che aveva fatto irruzione nella sua aula facendo esplodere una bomba a mano: la provincia filippina dei gesuiti ha già avviato il processo di beatificazione secondo le nuova procedura.

In queste fattispecie, nel senso dei fedeli come nella valutazione delle gerarchie, da sempre si era avvertita la consonanza di tali gesti con una fisionomia di santità: lo stesso Benedetto XIV per esempio, il Pontefice che nel XVIII secolo gettò le basi delle moderne procedure di canonizzazione dei santi, non si sentiva di escludere dagli onori degli altari coloro che erano morti nell’assistenza agli appestati. E come rileva Mons. Bartolucci nel succitato articolo, “L’offerta della vita usque ad mortem, finora non costituiva una fattispecie a sé stante, ma, se c’era, veniva incorporata, solo come dettaglio, nella fattispecie delle virtù eroiche, oppure in quella del martirio. È ormai chiaro che questa incorporazione non rendeva giustizia a una vera e, per molti aspetti, toccante espressione di santità”.

Una risonanza carmelitana del motuproprio

Presentato il documento nelle sue linee essenziali, vorrei ora procedere a qualche considerazione personale. Letto Il motuproprio sull’edizione dell’Osservatore Romano del 12 luglio, ho sentito riecheggiare il suo titolo il giorno immediatamente seguente, 13 luglio, memoria della nostra Teresa di Los Andes: il vangelo proprio di questa santa, infatti, è preso dal capitolo 15 del Vangelo di Giovanni, dalla medesima pericope da cui è tratta la citazione iniziale del documento pontificio: “Nessuno ha un amore più grande di questo”. E la stessa liturgia della Messa della giovane santa cilena riporta, nella preghiera sulle offerte, le seguenti parole: “Accogli, o Dio, i doni che ti presentiamo e per l’intercessione di Santa Teresa di Gesù, che si offrì a te con Cristo vittima di propiziazione e di lode, concedi al tuo popolo la perfetta riconciliazione e pace”.

Ancor prima che nella riflessione teologica, quindi, la lex orandi, la nostra vita di preghiera mi ha portato ad associare, in maniera alquanto esplicita, il recente documento pontificio sull’offerta della vita con l’offerta della vita fatta da questa santa. E subito mi è sgorgata nel cuore la domanda: se un’offerta della vita quale quella, ad esempio, di un missionario che muore prematuramente in terra di missione può rientrare nella fattispecie del motuproprio, cosa dire dell’offerta della vita di una monaca che, fra le mura della clausura, si immola per la salvezza del mondo e realmente muore in maniera prematura, in seguito per esempio ad un’improvvisa malattia?

Al leggere l’espressione “offerta della vita”, inoltre, non ho potuto non pensare all’offerta per la vita per antonomasia quale quella che la carmelitana è chiamata a compiere nella Chiesa, come ci testimoniano ad esempio le autorevoli parole di H. U. Von Balthasar: “Cos’è un’esistenza carmelitana? Offerta di tutto il proprio essere al Dio di Gesù Cristo, affinché Egli usi e consumi quest’essere secondo il suo amoroso beneplacito per l’opera della redenzione. Si deve riconoscere in essa la vera identità dell’amore del prossimo con l’amore di Dio”1.

Sulla scorta di queste parole, credo di poter affermare che se nella Chiesa c’è un Ordine che vive in maniera paradigmatica la spiritualità dell’offerta della vita propter caritatem, quest’Ordine è il Carmelo. Non che questa spiritualità non sia vissuta al di fuori del nostro Ordine ma, al pari della marianità dell’Ordine, è come se questa “mistica dell’offerta” trovasse nel Carmelo il suo polo irradiatore. È questo un privilegio che l’Ordine ha ricevuto senza il suo concorso o merito, ma per pura grazia – come già la particolare predilezione di Maria assicurata tramite la consegna dello scapolare. Ed è questo un privilegio non costruito a tavolino da teologi od ecclesiastici più o meno interessati, ma incarnato nella vita e nella morte da una folta schiera di nostri santi - soprattutto di nostre sante.

Ora, come si caratterizza quest’offerta della vita così rivelatrice della spiritualità del Carmelo? Cercherò di rispondere ripercorrendo, in maniera sommaria e nei limiti che il presente lavoro consente, la vicenda esistenziale di una teoria di figure del nostro santo Ordine che hanno vissuto sino in fondo quest’offerta; alla fine prenderemo in considerazione l’ipotesi e l’opportunità di giustapporre l’offerta della vita così tratteggiata a quella contemplata dal recente motuproprio.

Figure carmelitane di “offerta della vita”

Sant’Elia

“Egli s'inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto una ginestra. Desideroso di morire, disse: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri»” (1Re 19,4).

Il nostro Santo Padre Elia, “fondatore” spirituale dell’Ordine dei carmelitani, segna sin dai suoi inizi la mistica dell’offerta che lo caratterizzerà nei secoli a venire. Colui che visse totalmente alla presenza del Signore, consacrandoGli tutta la propria esistenza, fu ben degno di rappresentare questa totale autodedizione nell’olocausto avvenuto sul monte Carmelo, agli occhi di tutto Israele. Ma non sarebbe bastato. Così sperimentò “le sorgenti nascoste nei momenti in cui tutto il resto viene a mancare”, come le avrebbe poi chiamate la sua degna figlia Edith Stein tremila anni dopo. Per lui e per lei, soltanto quando ogni cosa sembrava persa, quando ogni supporto era venuto meno, scoccò l’ora dell’offerta della vita. Lui “non migliore dei suoi padri”, Lei “piccola e debole Ester” offertasi per il suo popolo. Il primo e l’ultimo caso “ufficiale” di offerta della vita nella nostra storia carmelitana: in entrambi i casi il Signore la permise, rapendo l’uno nelle fiamme, l’altra nei gas letali che le schiusero il cielo2.

Ritorneremo su di lei.

S. Teresa di Gesù

La Santa Madre sull’offerta della vita taglia corto: “Chi comincia a servir davvero il Signore, il meno che gli può offrire è la vita. E che ne deve temere chi gli ha già consacrata la volontà? Il vero religioso, o uomo di orazione che pretende di godere i doni di Dio, dev'essere pronto a morire per Lui, magari nel martirio” (Cammino di perfezione 12,2). E innumerevoli sarebbero i passi da citare in cui ella si strugge di “morire di non morire”, per unirsi al suo Amato. I motivi dell’offerta? “La vera ragione è che ho paura di vivere, perché finora sono vissuta assai male…tutto è vanità figliole, fuorché supplicare il Signore di liberarci per sempre da questi pericoli e di toglierci da ogni male. Insistiamo con fervore in questa domanda, anche se i nostri desideri non sono perfetti. Perché temere di chiedere molto, quando chiediamo all’Onnipotente? (Cammino di perfezione 42,3). “A quando il bel giorno in cui t'immergerai nell'oceano infinito della somma Verità, ove non sarai né vorrai essere più libero di peccare, perché al sicuro di ogni miseria e naturalizzato con la stessa vita del tuo Dio…felice colui che riceverà dalle sue mani il colpo mortale e si vedrà precipitare in questo inferno divino, senza più speranza o, per meglio dire, timore di vedersi trar fuori! Ma, ohimè, Signore! Finché dura questa vita mortale, si è sempre in pericolo di perdere l’eterna… O vita nemica del mio bene, perché non mi è permesso distruggerti? Ti sopporto, perché ti sopporta il mio Dio. Ti mantengo perché sei sua. Almeno non essermi ingrata e traditrice! Tuttavia, Signore, come mi è lungo l'esilio!” (Esclamazioni 17, passim). I capitoli finali del Cammino di perfezione insistono sulla medesima nota e costituiscono un’unica lunga invocazione al Signore perché prenda la sua vita, e la “liberi dal male” di questo esilio. Non bisogna tuttavia dimenticare che la Santa Madre aveva cominciato questa stessa opera (e la stessa Riforma del Carmelo) con una finalità spiccatamente ecclesiale e collettiva, quella di motivare la sue monache a compensare i disastri delle eresie e delle guerre di religione consacrandosi senza riserve e senza mitigazioni al Signore: in tal modo l’offerta della vita, in senso lato, si connota di un carattere espiatorio che successivamente, vedremo, avrà un ragguardevole sviluppo.

Eppure Il Signore non accettò l’offerta immediata della vita della santa riformatrice. Con Teresa cogliamo da subito una caratteristica fondamentale della spiritualità dell’offerta: il Signore non prende i migliori. Soprattutto se hanno una missione peculiare ancora da compiere su questa terra. Teresa lo comprenderà soltanto nelle settime mansioni del Castello interiore, dopo che il suo matrimonio spirituale sarà consumato: “Avete veduto le angosce e le desolazioni di queste anime per il desiderio di morire e di andare a godere Dio. Ma ora desiderano tanto di servirlo, di farlo da tutti servire e di affaticarsi anche per il profitto di un'anima, che non solo non sospirano più di morire, ma bramano di vivere a lungo, anche fra gravissimi travagli, pur di ottenere che Dio sia lodato un po' di più... Vero è che talvolta, dimenticandosi di tutto questo, riprendono con i più teneri sospiri a desiderare di godere Dio e di uscire da questo esilio, specialmente quando considerano il poco che sanno fare per Lui; ma ritornano presto al loro stato, e vedendo che infine lo hanno sempre con sé, se ne contentano e gli offrono l'accettazione della vita come un dono assai caro, il più costoso che gli possano offrire” (Castello interiore VII, 6-7).

S. Giovanni della Croce

Anche il Santo Padre del nostro Ordine, in piena armonia con la Santa Madre – e questo è il punto della loro massima collimazione, non casualmente - “morì di non morire”:

“Questa vita che ora vivo
privazione è della vita
ed è morte che non cessa,
fino a quando in te non viva.
Ascolta, o Dio, quanto dico:
io non voglio questa vita,
ché muoio perché non muoio.

[…]

Toglimi tu da questa morte
Dio, e infine dammi vita;
non tenermi qui irretita
in un laccio così forte;
guarda, peno per vederti,
tanto intenso è il mio dolore,
ché muoio perché non muoio.

Mia morte piangerò
deplorando la mia vita
fino a quando trattenuta
resterà dai miei peccati.
Oh, mio Dio!, quando sarà
Che io potrò dir davvero:
vivo ormai perché non muoio?

(Strofe dell’anima che soffre per il desiderio di vedere Dio)

“Quando il Divino Spirito con i suoi potenti tocchi invita e sospinge l’anima alla pienezza della carità, sarebbe indizio di poco amore non chiedere l’ingresso in quella perfezione di amore” (Fiamma d’amor viva 1,28).

Anche se Giovanni della Croce non parla mai esplicitamente di sé nei suoi scritti, da questi brani e da molti altri che si potrebbero citare è chiaro che desiderò ardentemente di morire per unirsi al suo Signore. Ma anche nel suo caso il buon Dio non accettò l’offerta, l’Ordine appena riformato aveva troppo bisogno, visibilmente, del suo esempio innamorato.

Cosa ci insegna la sua mistica dell’offerta? Che essa è frutto dell’Amore divino riversato nei nostri cuori, da esso sgorga e ad esso tende, atto nuziale e notturno in cui il velo è squarciato per l’unione con la Sposa, la Sapienza: “L'anima che desidera veramente la Sapienza divina, desidera anzitutto penetrare nella sofferenza, cioè nella profondità della croce!” (Cantico Spirituale B 36, 13). Inoltre, “è più prezioso agli occhi di Dio ed è più utile alla Chiesa un briciolo di quest’amore che tutte le altre opere messe insieme, quantunque sembri che [l’anima] non faccia nulla” (Cantico Spirituale B 29, 2). È confermato così l’altro tratto fondamentale dell’offerta della vita carmelitana, quello ecclesiale: “si deve riconoscere in essa la vera identità dell’amore del prossimo con l’amore di Dio” come scriveva Von Balthasar. La genuina offerta a Dio, propter caritatem, è sempre a favore della Chiesa e del mondo.

Beate martiri di Compiègne, beati martiri di Rochefort

Tuttavia, l’offerta della vita carmelitana vista sinora si presenta esteriormente come un’offerta innanzitutto erotica: slancio oltre la morte per “godere Dio”, per unirsi col Signore, con l’Amato. Dato pienamente biblico: “ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio” (Filippesi 1,23). Con il XVIII secolo questo slancio rimette in primo piano un altro dato, prima solamente accennato e anch’esso pienamente biblico, quello dell’espiazione: “ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Colossesi 1,24). È l’epoca d’oro della spiritualità vittimale, della teologia dell’oblazione cominciata dagli autori della Scuola francese come il Bérulle, il Condren e l’Olier nel XVII secolo e culminata nel XIX secolo con autori quali padre Léon Dehon e padre Sylvain Giraud3.

Offerta della vita, quindi, per amare - ma anche per riparare; per unirsi a Cristo Sposo - ma anche a Cristo “vittima e strumento di espiazione” (Rm 3,25; 1Gv 2,2; 4,10). Gli eventi storici legati alla violenza della Rivoluzione francese non poterono non acutizzare i toni di quest’offerta. Nel 1792, nell’infuriare delle brutalità giacobine, la priora del monastero di Compiègne propose alle sue monache di offrirsi «in olocausto, per placare la collera di Dio, e in modo che questa divina pace, che il suo caro Figlio è venuto a portare nel mondo, sia restituita alla Chiesa e allo Stato». Ogni monaca era libera di offrirsi o meno, ma tutte si offrirono e rinnovarono l’offerta quotidianamente, durante la celebrazione eucaristica, per legarla sempre più al Sacrificio di Cristo. Furono ghigliottinate due anni dopo, traboccanti di gioia al canto del Veni creator Spiritus: Bernanos nei suoi Dialoghi delle carmelitane ne ha lasciato un ritratto immortale. Meno nota è la loro controparte maschile: i martiri di Rochefort, lasciati morire di stenti sui famigerati pontoni. Decine di sacerdoti e religiosi, fra cui tre padri carmelitani che accolsero con gioia la prospettiva del martirio e offrirono le loro sofferenze intercedendo per i loro persecutori, chiedendo al Signore che i maltrattamenti subiti servissero da espiazione per coloro che li avevano loro inflitti.

S. Teresa Margherita del Sacro Cuore di Gesù

Si osserva, a ragione, che la teologia vittimale del XVIII secolo era troppo sbilanciata sul piano della Giustizia divina da riparare. Il voto delle martiri di Compiègne sembrerebbe dimostrare che anche la coeva spiritualità carmelitana risentisse di ciò. L’aretina Teresa Margherita Redi ridimensiona questa ipotesi e mostra, invece, come dietro quel linguaggio teologico il cuore di una carmelitana, anche in pieno Settecento giansenista, vibrasse per essere consumato dal fuoco dell’Amore eterno più che dai rigori della Giustizia divina: “Per sempre intendo rinchiudermi nel vostro amabilissimo Cuore come in un deserto, per quivi farvi in voi, con Voi e per Voi questa vita nascosta di amore e sacrificio. Perché sapete che altro non bramo che di essere una vittima del Sacro Cuore vostro, consumata tutta in olocausto col fuoco del vostro Santo Amore […] ed il Cuore vostro Divino è l’altare su cui dovrà consumarsi questo sacrificio” (dal processo apostolico di beatificazione). Inoltre, questi impeti di raggiungere lo Sposo seppe incarnarli nella dedizione più totale verso le consorelle ammalate e anziane della sua comunità; e la resero “piena di zelo verso il prossimo, in modo particolare verso i peccatori, per i quali si votò generosamente a Dio come ostia” (dagli atti della canonizzazione). Il Signore la prese due anni dopo che ebbe pronunciato le parole che abbiamo riportato, nel 1770, a ventitré anni.

Il brano evangelico con cui la liturgia carmelitana ha voluto onorarla nella sua Messa propria è Gv 15,9-17, con al cuore il medesimo versetto da cui è tratto il titolo del nostro motuproprio: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici”.

S. Teresa di Gesù Bambino del Volto Santo

S. Teresa Margherita Redi fu solo un’antesignana della provvidenziale opera di ricalibratura teologica che Teresina venne ad operare circa la teologia vittimale della Scuola francese, circa una visione dell’offerta della vita unilateralmente concentrata sulla riparazione dei diritti divini offesi. Ancora agli albori del Novecento, ed esattamente un giorno prima che Teresina redigesse il suo celebre atto di offerta all’Amore misericordioso, l’8 giugno 1895, giunse al Carmelo di Lisieux una circolare funebre, proveniente dal Carmelo di Luçon (Vandea), che comunicava la morte di Suor Maria di Gesù, una monaca che si era ripetutamente offerta come vittima della Divina Giustizia. È notoria la reazione di Teresina: “Mio Dio, esclamai nel fondo del cuore, solo la vostra Giustizia avrà anime che si immolano come vittime? E il vostro Amore misericordioso non ne avrà forse bisogno? […] Mi sembra che se tu trovassi anime che si offrono come Vittime di olocausto al tuo Amore, tu le consumeresti rapidamente, mi sembra che saresti felice di non comprimere affatto i flutti di infinita tenerezza che sono in te... Se alla tua Giustizia piace scaricarsi, lei che si estende solo sulla terra, quanto più il tuo Amore Misericordioso desidera incendiare le anime, visto che la tua Misericordia s’innalza fino ai Cieli... O mio Gesù! che sia io questa felice vittima, consuma il tuo olocausto con il fuoco del tuo Amore Divino!” (Storia di un’anima, Ms A, 84r°). Prego il lettore a questo punto di rileggere l’Offerta di me stessa come vittima d’olocausto all’Amore misericordioso del Buon Dio. È la quintessenza del magistero di Teresina, nonché la descrizione puntuale della sua offerta della vita: non ha bisogno di commenti. Qui vorrei solo puntualizzare come Teresina non disprezzasse affatto l’offerta della vita in riparazione alla giustizia divina (“mi sembrava grande e generosa”); ma anzi come, ricomprendendo quest’offerta vittimale nell’orizzonte più ampio della Misericordia divina (“La misericordia ha sempre la meglio sul giudizio” Gc 2,14), le abbia dato nuovo slancio mettendola alla portata di chiunque: tutte le anime chiamate alla sua piccola via, a pari diritto per Teresina sono chiamate all’atto di offerta all’Amore misericordioso (“Ti supplico di chinare il tuo sguardo divino su un gran numero di piccole anime! ... Ti supplico di scegliere una legione di piccole vittime degne del tuo Amore!...” Storia di un’anima, Ms B, 5v°). E l’offerta a quest’Amore non è un’offerta zuccherina, un’offerta-per-finta per anime infantili: il buon Dio mandò a Teresina i primi segni della malattia dieci mesi dopo che pronunciò il suo atto di offerta, consumandola in breve tempo a ventiquattro anni di età. Da allora, più viva che mai, dal cielo Teresa continua la sua missione di amare e far amare le anime.

S. Elisabetta della Trinità

“Sorella nello Spirito” di Teresina, Elisabetta fu protagonista insieme ad ella del ritorno dell’offerta della vita alle sue sorgenti teresiane, nuziali più che espiatorie (e fecondamente espiatorie proprio perché nuziali): “La Chiesa mi ha fatto udire il Veni Sponsa Christi, mi ha consacrato ed ora “tutto è consumato” o piuttosto, tutto comincia perché la Professione non è che un’aurora ed ogni giorno la mia “vita di sposa” mi appare più bella, più luminosa, più immersa nella pace e nell’amore. La notte che precedette il gran giorno, mentre stavo in coro in attesa dello Sposo, compresi che il mio Cielo cominciava sulla terra, il Cielo della fede, con la sofferenza e l’immolazione per Colui che amo!...Vorrei amarlo tanto, amarlo come la mia serafica Madre, fino a morirne. “O caritatis victima” cantiamo il giorno della sua festa, ed ecco tutta la mia ambizione: essere la preda dell’Amore!” (Lettera 141 dell’edizione italiana degli Scritti). Sette mesi dopo la sua Professione cominceranno i sintomi della dolorosa malattia, “la sua Messa”, che la porterà alla morte a ventisei anni - provvidenzialmente - il 9 novembre 1906, festa della dedicazione della Basilica lateranense, le cui letture liturgiche sono un perfetto riassunto del suo lascito spirituale, incentrato sull’inabitazione divina in noi: “Santo è il tempio di Dio, che siete voi” (1Cor 3,17). Da allora continua la sua feconda opera: “mi sembra che, in cielo, la mia missione sarà di attirare le anime, aiutandole ad uscire da se stesse per aderire a Dio con un movimento del tutto semplice e amoroso; di custodirle nel grande silenzio del di dentro che permette a Dio di imprimersi in esse e di trasformarle in se stesso” (Lettera 335 dell’edizione francese delle Oeuvres complètes).

S. Teresa di Gesù “de Los Andes” (Juanita Fernandez Solar)

Come accennato, è stata lei che ha dato il la a questa risonanza carmelitana del recente documento pontificio - opportunamente, perché sentì di offrire la propria vita con un’intensità eccezionale, e sin dalla più tenera età: la prima testimonianza che ne abbiamo è a dieci anni, dopo la prima Comunione. Da allora, per lei l’appello ad unirsi presto al Signore e a diventare carmelitana furono un’unica cosa. Riporto queste affermazioni risalenti al suo diciottesimo anno di età4:

“Gesù mio, tu conosci l’offerta che di me stessa ti ho fatto per la conversione delle persone che ti ho nominato. Non solo ti offro la mia vita ma anche la mia morte. Comunque ti piacerà darmela la riceverò con piacere, sia nell’abbandono del Calvario, sia nel paradiso di Nazareth. Inoltre, se vuoi, dammi sofferenze, croci, umiliazioni”. “Credo che la santità sta nell’amore. Voglio essere santa; perciò mi donerò all’amore, dato che esso purifica e serve per espiare”.

Conobbe e recepì perfettamente la lezione di Teresina - offrirsi per espiare, sì, ma tramite l’amore - senza che per questo l’aspetto espiatorio ne risentisse in profondità - anzi, lo espresse con la massima determinazione:

“Gesù mi ha detto che mi aveva scelto come vittima. Avrei salito con Lui il Calvario; che avremmo intrapreso insieme la conquista delle anime. Egli come capitano, io come soldato. La nostra arma sarebbe stata la croce, la nostra divisa l’amore. Che soffrissi con allegria, con amore. Che sarei stata carmelitana: non mi perdessi di coraggio”.

E ugualmente appassionato fu l’aspetto nuziale e unitivo dell’offerta della sua vita:

“Morire, che c’è di più bello? Morire, vivere in Dio per un’eternità, godere di Dio: ci può essere una felicità più grande? Amato Gesù, ogni volta che mi sento male, sento nostalgia di Te, di questo cielo dove non ti offenderò più, dove mi ubriacherò del tuo amore, dove sarò una stessa cosa con Te…”.

Questo perfetto equilibrio fra i due aspetti, che rende paradigmatica la sua offerta, è speculare all’equilibrio che in lei ebbero mortificazione e gioia esuberante: “La carmelitana si immola sulla croce e il suo sangue cade sui peccatori, invocando misericordia e pentimento. Cade sui sacerdoti, santificandoli, poiché sta sulla croce intimamente unita a Cristo. Perciò il suo sangue è mescolato con il sangue divino…la carmelitana ha una cella a parte. Lì entra come in un tempio per sacrificarsi. In essa c’è una grande croce di legno, senza il Cristo. È quella la croce dove essa deve morire”. Ma anche “vivere sempre molto allegre. Dio è gioia infinita…Tutto è semplicità e allegria nel Carmelo…Nel Carmelo si fa tutto con allegria, perché dappertutto abbiamo il nostro Gesù che è la nostra gioia infinita…Per quello che riguarda me non ti preoccupare, mammina, perché sono sempre in vacanza con Gesù”.

Alla precocità della sua offerta corrispose la precocità della risposta del Signore, che la prese neanche un anno dopo il suo ingresso nel Carmelo, a diciannove anni di età.

S. Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein)

Per concludere questa disamina carmelitana, torniamo da dove eravamo partiti, dalle citate parole di Edith Stein in La preghiera della Chiesa: “Chi si consegna senza ritorno al Signore viene da Lui scelto come strumento per costruire il suo regno […] I testi ufficiali di storia tacciono di queste forze invisibili e incalcolabili. La fiducia del popolo credente e il giudizio della Chiesa, a lungo provato e attentamente ponderato, però le conosce. E il nostro tempo si vede sempre più costretto, quando tutto il resto viene a mancare, a sperare l’ultima salvezza da queste sorgenti nascoste5. Per Edith, Il Carmelo è esattamente il luogo spirituale in cui queste sorgenti possono riaffiorare, come scrisse in una lettera ad una sua allieva: “C’è una vocazione a soffrire con Cristo, e con ciò a cooperare alla sua opera di redenzione. Se siamo uniti al Signore, siamo membra del corpo mistico di Cristo; Cristo vive ancora nelle sue membra, e soffre ancora in esse; la sofferenza sopportata in unione col Signore è sofferenza Sua, innestata nella grande opera delle redenzione e perciò feconda. È un’idea fondamentale della vita religiosa in generale, ma in particolare della vita carmelitana, di offrirsi per i peccatori mediante una sofferenza lieta, liberamente accettata, e di cooperare alla redenzione dell’umanità”. Visione che non sarebbe stata una semplice formulazione teologica, ma che si sarebbe tradotta, nel 1939, in un esplicito atto di offerta della propria vita, consegnato nelle mani della madre priora del suo Carmelo: “Già da ora accolgo la morte che Dio mi ha riservato, sottomettendomi pienamente con gioia alla Sua santissima volontà. Prego il Signore che voglia accogliere la mia vita e la mia morte a Suo onore e gloria, per tutte le intenzioni dei Sacratissimi Cuori di Gesù e Maria e della Santa Chiesa; in particolare per la conservazione, la santificazione e la perfezione del nostro santo Ordine, soprattutto del Carmelo di Colonia e di Echt, in espiazione dell’incredulità del popolo ebreo e perché il Signore venga accolto dai suoi e venga il Suo regno nella Gloria, per la salvezza della Germania e la pace nel mondo, infine per i miei familiari viventi e morti e per tutti quelli che Dio mi ha donato: che nessuno di loro vada perduto”. Ma già nel 1938 aveva scritto in una lettera: “Sono certa […] che il Signore ha accettato la mia vita per tutti. Non posso fare a meno di tornare sempre col pensiero alla regina Ester, che fu presa dal suo popolo proprio per intercedere per il popolo davanti al re. Io sono una piccola Ester molto povera e impotente, ma il re che mi ha scelto è infinitamente grande e misericordioso”.

Come già per le consorelle di Compiègne, la violenza cieca e totalitaria di una dittatura in corso aveva sollecitato da parte del Carmelo una risposta totalizzante di riparazione e di espiazione la cui influenza non poteva non prevalere nell’atto di offerta della nostra Edith: ebrea nata, peraltro, il giorno dello Yom Kippur, il Grande Giorno dell’Espiazione della liturgia giudaica. Ma anche Edith aveva fatto tesoro della lezione di Teresina, sull’unione espiante che solo nell’amore sponsale può essere feconda, e non in un semplice rapporto di diritto offeso e riparato (ed è un caso che il suo atto di offerta sia datato al 9 giugno 1939, stesso giorno dell’atto di offerta di S. Teresina all’Amore Misericordioso – 9 giugno 1895?6). Per questo visse la sua offerta adottando la splendida immagine della regina Ester che intercede presso il suo Sposo. Il quale accettò la sua proposta e la trasse per sé, nel 1942, dalle camere a gas di Auschwitz ai suoi eterni penetrali. Oggi, compatrona d’Europa, si fregia di una Messa propria la cui antifona d’ingresso è tratta da Gv 15,13: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”. E con questo ritorniamo al nostro motuproprio Maiorem hac dilectionem.

L’offerta della vita “carmelitana” e quella contemplata dal motuproprio

Devo anzitutto chieder perdono al lettore per aver trattato in maniera così schematica un argomento che avrebbe richiesto una voluminosa monografia per ogni caso prospettato, mentre riportarlo in maniera così sintetica mi è parso quasi un sacrilegio. Ogni caso di offerta della vita qui riportato avrebbe richiesto ben altra contestualizzazione e numerose altre citazioni che ne rendessero la pregevolezza, il profumo di Cristo. In alcuni casi, come quello di Teresa d’Avila, si sarebbe dovuto tener conto dell’evoluzione interna della prospettiva di offerta della vita – nel suo caso subì una vera e propria metamorfosi – e in altri, come quello di Teresa di Los Andes, sarebbe stato interessantissimo mostrare come lo stesso Signore abbia potuto inizialmente rifiutare l’offerta per poi infine acconsentire. A questo proposito, sarebbe stata necessaria in questo lavoro un’ampia premessa teologica nell’ambito della teodicea per chiarire come Dio, in questi casi, non causi mai direttamente un male all’offerente perché, come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica, “grazie a Cristo la morte cristiana ha un significato positivo […] Nella morte, Dio chiama a sé l’uomo. Per questo il cristiano può provare nei riguardi della morte un desiderio simile a quello di San Paolo: «il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo» (Fil 1,23); e può trasformare la sua propria morte in un atto di obbedienza e di amore verso il Padre, sull’esempio di Cristo” (n°1010-1011). Quando v’è questo desiderio, nei casi di offerta della vita accettata da Dio, una malattia o una qualsiasi altra causa di morte prematura costituirebbero soltanto un male fisico, legato all’ordine naturale delle cose e moralmente indifferente (ma, in questi casi, moralmente un bene perché unito alla sofferenza redentrice di Cristo7), che Dio permette in vista della concessione di un bene spirituale infinitamente più grande. Il passo del Catechismo appena citato si conclude così - e non a caso - con due citazioni carmelitane: 
“Voglio vedere Dio, ma per vederlo bisogna morire” (S Teresa di Gesù, Poesia 7)
“Non muoio, entro nella vita” (S. Teresa di Gesù Bambino, Lettera del 9 giugno 1897).

Sono stato inoltre costretto, per motivi di spazio, a tralasciare numerosi casi di figure carmelitane meno conosciute, come Maria della Trinità (Marie-Antoinette de Geuser, “Consummata”: esercitò un influsso notevole su Edith Stein), Maria Angelica di Gesù (Yvonne Bisiaux, la “Fiamma di gioia” del Carmelo di Pontoise), la recentemente canonizzata Maria di Gesù Crocifisso (Mariam Baouardy, prima santa palestinese), la nostra Elia di S. Clemente (Teodora Fracasso, la “piccola ostia” del Carmelo di Bari) e infine, per arrivare ai nostri giorni, Kinga della Trasfigurazione (Judith Büki), giovane monaca ungherese che offrì la propria vita e che morì di tumore nel 2009, lasciandoci un commovente diario di prossima pubblicazione in Italia, di cui anticipiamo soltanto questo stralcio: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici (Gv 15,13). Penso che questa frase mi abbia indotta ad offrire la mia vita per la comunità. Queste parole mi dicono che devo dare la mia vita per i miei fratelli e non solo la mia morte, benché questa sia compresa. La mia vita di tutti giorni, me stessa, goccia per goccia senza trattenere niente”.

Tutte queste figure avrebbero gettato numerose altre luci e rivelato altre splendide sfaccettature di questa pietra preziosa nella storia della Chiesa, e specie del Carmelo, che è l’offerta della vita – per tacere degli innumerevoli altri casi anonimi di frati e monache che hanno consumato la loro offerta nel segreto più totale. Soprattutto, per ogni caso sarebbe stato opportuno documentare come tutto sia avvenuto sotto la ponderata guida dei legittimi superiori; come l’atto di offerta della vita sia sempre stato un atto ecclesiale, e mai un capriccio individualistico di qualche esaltato/a. Inoltre, ben altro spazio avrebbe meritato l’approfondimento dei due filoni spirituali che abbiamo intravisto caratterizzare la mistica dell’offerta: quello unitivo-sponsale (genuinamente teresiano e sanjuanista) e quello riparatore-espiatorio (già in germe nella Riforma del Carmelo, ma pienamente sviluppatosi in un secondo momento in Francia), entrambi imperniati su un totale amore di Dio e del prossimo; nonché l’approfondimento del loro reciproco intrecciarsi, in una feconda tensione ove ora ha prevalso un aspetto ora l’altro, fino a giungere alla sapiente sintesi di S. Teresa di Gesù Bambino e di S. Teresa Benedetta della Croce. Quest’ultima, con la peculiare “ufficialità” del suo atto, ha ribadito nella piena modernità quello che S. Teresa di Gesù o S. Teresina non avevano mai voluto tenere in ombra: che offrire la propria vita per la salvezza del mondo, accettando e desiderando una morte anche prematura, è cosa sempre lecita, santa e gradita al Signore. Il quale nella sua imperscrutabile, multiforme sapienza ora lascia che il sacrificio si compia su questa terra, ora semplicemente lascia “che i piccoli vadano a Lui”. Anche in quest’ultimo caso, non si tratta di fuggire dal mondo ma, come S. Teresina e S. Elisabetta ci dimostrano ogni giorno, amare ancora più ardentemente il prossimo e la sua salvezza, spendendosi in una missionarietà celeste che concretamente continua e compie quella terrena. S. Teresa di Los Andes, infine, ci ha ricordato quanto possa essere sommamente gioiosa e inebriante la vocazione vittimale, agli antipodi del dolorismo o vittimismo di cui potrebbero tacciarla letture stereotipate: le decine di migliaia di giovani che ogni anno compiono uno speciale pellegrinaggio per venerarla nel santuario andino a lei dedicato lo dimostrano ampiamente.

Ma veniamo dunque alla questione iniziale: qual è il legame fra questa offerta della vita e quella prospettata dal motuproprio?

Personalmente non vedo alcuna differenza fra l’offerta della vita consumata in terra di missione, o in un lazzaretto, e quella consumata dietro le mura di un monastero. Tuttavia comprendo bene la ratio restrittiva con cui presumibilmente sarà applicato il documento, dovuta in primo luogo alla necessità tecnica di limitarlo ai soli casi in cui il nesso tra offerta della vita e morte prematura sarà visibile e documentabile (come ad esempio una bomba che esplode o una malattia contagiosa); in secondo luogo, c’è il rischio reale che il motuproprio possa essere invocato inopportunamente, e che, ad esempio, ogni consacrato che si ammali e accetti serenamente la propria malattia possa venir proposto per un iter di beatificazione, in virtù del fatto che aveva offerto la propria vita implicitamente con la propria professione religiosa. In terzo luogo, c’è il rischio altrettanto reale di foraggiare una spiritualità vittimale deviata, dando l’impressione che da qualche parte ci sia un Dio rancoroso e bisognoso di sacrifici umani.

Ma a tali obiezioni si potrebbe rispondere in questo modo: in primo luogo è notorio che ci sono stati casi in cui la Chiesa si è sentita in grado di appurare un nesso “sovrannaturale” fra offerta della vita e morte prematura: altrimenti non si sarebbero mai aperti, probabilmente, gli iter di beatificazione della beata Gabriella Sagheddu o della serva di Dio Maddalena Volpato, entrambe offertesi per l’unità dei cristiani e ammalatesi subitaneamente (per non parlare del meraviglioso caso della venerabile Mari Carmen, accennato nella nota 6 di questo articolo); il “breve termine” entro cui giunge la morte prematura, menzionato dal motuproprio all’art. 4, potrebbe essere un elemento indiziale per accertare un nesso “invisibile” fra offerta della vita e morte per malattia o per altre cause.

In secondo luogo, se è vero che ogni consacrato è chiamato ad offrire la propria vita con la professione religiosa, i numerosi casi di offerta della vita sopra prospettati hanno sufficientemente mostrato come l’accettazione e il desiderio di una morte prematura, per amore di Dio e del prossimo, sono altra cosa rispetto alla mera professione dei voti religiosi; altrimenti non si spiegherebbe perché tante nostre monache carmelitane sentirono il bisogno, oltre la professione, di compiere un atto supplementare di offerta della vita, per iscritto e con permesso speciale dei superiori. La presenza o meno di un siffatto atto di offerta della vita, ben documentato e documentabile, farebbe da naturale discrimine e, per la sua rarità, impedirebbe senza dubbio un abuso aperturista del motuproprio, nonché fornirebbe un ulteriore indizio sufficientemente probante per accertare il nesso di cui sopra fra offerta della vita e morte prematura.

In terzo luogo, il rischio che si alimenti una debordante spiritualità vittimistica, e non genuinamente vittimale, potrebbe ripresentarsi proprio là dove, in questo determinato ambito, la riflessione teologica e il vissuto dei fedeli ristagnino. Non è questa la sede per affrontare la vexata quaestio della teologia dell’espiazione vicaria o del linguaggio della teologia vittimale francese. Certo è che chi si sente in imbarazzo di fronte al termine “vittima di espiazione” dovrebbe con buona pace ricordare che è un’espressione applicata precisamente da S. Paolo (Rm 3,25: hilastḗrion) e da S. Giovanni (1Gv 2,2; 4,10: hilasmòs – due versetti dopo la celebre definizione: “Dio è amore”) a Cristo nostro Signore, e che una mistica dell’offerta sana non contempla vittime che non siano partecipazione, per pura grazia, al Suo essere vittima per amor nostro. Tali dimenticanze e tali imbarazzi scomparirebbero come ombre al sole di fronte a chi mostrasse, come già fece Teresina, l’ebbra gioia per l’offerta vittimale della propria vita “nelle onde d’infinita tenerezza” che sono racchiuse in Lui, “nell’eterno abbraccio del Suo Amore Misericordioso”. Priva, invece, di un prezioso riconoscimento giuridico quale quello che questo documento potrebbe dare e di una conseguente riflessione teologica, l'offerta della vita “carmelitana” (o meglio, “contemplativa”, per non limitare il discorso al nostro Ordine) correrebbe sempre più il rischio di sembrare una morbosità di altri tempi, privando così la Chiesa di un tesoro incommensurabilmente prezioso che oggettivamente schiere di santi, carmelitani e non, hanno vissuto e che ha costituito parte non indifferente del loro cammino di santificazione. Santi che non hanno certo bisogno ex-post di questo motuproprio, ma che tuttavia potranno essere un domani faro per i futuri fedeli che saranno chiamati a percorrere la via dell'offerta di sé per la salvezza del mondo anche fra le mura di casa o di un convento, incoraggiati, magari, proprio dalla materna approvazione della Chiesa e delle sue leggi.

Ma, su tutto questo, è chiaro che ci si dovrà attenere obbedientemente e pazientemente agli orientamenti e alle applicazioni che il Santo Padre Francesco, la Congregazione delle Cause dei Santi e l’episcopato disporranno circa il motuproprio8; questo mio lavoro si propone semplicemente di suggerire spunti di riflessione e possibili piste di indagine. Tuttavia mi incoraggia il fatto che nella storia del diritto, come in ogni altra attività umana, non sono rare le “serendipità”, ovvero i frangenti in cui si parte dalla trattazione di un caso ma sorprendentemente si arriva alla contemplazione di un altro inizialmente non immaginato. I casi di offerta di vita “attiva” già sicuramente previsti dal motuproprio potrebbero essere apprezzati in un orizzonte di senso ancor più ricco se affiancati dai casi di offerta di vita “contemplativa” qui prospettati, e viceversa, come in un coro a più voci. Perché, come ci ricorda Von Balthasar, la Verità è tanto più recepita quanto più udita e valorizzata nella sua sinfonia: “Ora non è possibile indicare con formule semplici in qual modo i cristiani si rechino nel mondo forti dell’amore ecclesiale, per testimoniare nella loro vita l’amore di Cristo. Esiste una gamma vastissima di modalità, che va dall’offerta segreta della vita della carmelitana per la salvezza del mondo, all’assistenza agli emarginati, fino alla lotta attiva nella vita pubblica, nell’economia e nella politica per i diritti e la dignità dell’uomo”9.

Note:

[1] Cordula, in Scritti minori - volume XXV delle Opere, Jaca Book, Milano 1998, p. 226.

[2] Benché possa apparire peregrina e non sia quella comunemente più diffusa, l’interpretazione di 1Re 19,4 come embrionale offerta della vita da parte di Elia non è una novità. Ne abbiamo trovato un’attestazione, ad esempio, nel pensiero del grande maestro di Von Balthasar, Erich Przywara: “Ed era tipico del carmelitanesimo di Edith Stein che lei […] vedesse il Carmelo come il Carmelo del profeta Elia e che lo mettesse in evidenza in un suo scritto. Ma […] questo profeta Elia non rappresenta l’Antica Alleanza della comunione di Legge e Culto, ma è ciò che diceva la sua parola: “Ed io sono lasciato solo” (1Re 19,14). È l’ultima solitudine, separato dal suo popolo, perseguitato dal mondo pagano, senza speranza di ottenere un qualche risultato a favore di Dio, supplicando da Dio una rapida morte: “Ne ho abbastanza! Prendi la mia vita!” (1Re 19,4). Questa solitudine del Profeta nella caverna, questo è proprio di Edith Stein. È il segreto della sua muta regalità fino all’apparenza della rigidità” (“Il volto di Edith Stein”, in W. Herbstrith (a cura di), Edith Stein. Vita e testimonianze, Città Nuova, Roma 1987, p. 162-163). Grazie allo scritto testé menzionato da Przywara - “Storia e spirito del Carmelo” (reperibile in E. Stein, Nel castello dell’anima. Pagine spirituali, Edizioni OCD, Roma 2004, p. 258-268) -  risaliamo alla stessa santa carmelitana come possibile fonte dell’interpretazione proposta: in quelle pagine, infatti, ella motiva il desiderio di morte di Elia, al culmine di “una vita penitente con cui espia i peccati del suo tempo”, esclusivamente con il dolore provato per l’insulto al Signore da parte dell’Israele idolatra, e non con il semplice esaurimento depressivo con cui si è soliti interpretare 1Re 19,4 - non rischia, invece, proprio quest’ultima interpretazione di risultare un’indebita proiezione dei nostri psicologismi, qualora escluda ogni altro tipo di lettura?

[3] Per approfondire questa interessante e obliata corrente teologica cf. la voce “VICTIMALE (Spiritualité)” di G. Manzoni, nel Dictionnaire de spiritualité, Tomo 16, col. 531; M. Denis, La Spiritualité victimale en France, Roma 1981.

[4] Desunte da: Teresa de Los Andes, Dal “Diario” e dalle “Lettere”, Postulazione Generale OCD, Roma 1986.

[5] Si potrà trovare questa e le successive citazioni in M. Paolinelli, “Stare davanti a Dio per tutti”. Il Carmelo di Edith Stein (Edizioni OCD, Roma 2013), in cui è diffusamente trattato il tema dell’offerta della vita in Edith Stein e il suo legame con il clima spirituale carmelitano da lei vissuto.

[6] Un’altra struggente coincidenza si è provvidenzialmente creata con l’offerta della vita di Mari Carmen Gonzalez-Valerio, la piccola bambina consacrata alla Madonna del Carmelo che a soli nove anni si offrì come vittima all’Amore misericordioso - il 6 aprile 1939 - per la conversione degli uccisori di suo padre, vittima delle persecuzioni della guerra civile spagnola: lei si sarebbe ammalata e sarebbe morta pochi mesi dopo la sua offerta, mentre l’anno seguente il leader massone delle forze rivoluzionarie, Manuel Azaña, sarebbe morto cristianamente e coi sacramenti, “spirando dolcemente nell’amore di Dio e nella speranza della sua visione” secondo la testimonianza del vescovo Pierre-Marie Théas che lo assistette nei suoi ultimi giorni. Ora, il 26 marzo 1939, pochi giorni prima dell’offerta della piccola Mari Carmen, Edith Stein così scriveva alla sua Madre Priora: “La prego, mi consenta Vostra Reverenza di offrirmi al Cuore di Gesù come vittima di espiazione per la vera pace; che la potenza dell’Anticristo, se possibile, crolli senza che scoppi una nuova guerra mondiale, e un nuovo ordine si possa costruire. Vorrei farlo oggi stesso, perché è la dodicesima ora. So che sono un nulla, ma Gesù lo vuole, ed Egli certamente in questi giorni chiamerà molti altri a fare lo stesso”.

[7] Si legga a questo riguardo il bellissimo n°26 della Salvifici doloris di S. Giovanni Paolo II o ancora il Catechismo della Chiesa Cattolica al n°1505: “Cristo ha preso su di sé tutto il peso del male e ha tolto il «peccato del mondo» (Gv 1,29), di cui la malattia non è che una conseguenza. Con la sua passione e la sua morte sulla croce, Cristo ha dato un senso nuovo alla sofferenza: essa può ormai configurarci a lui e unirci alla sua passione redentrice”.

[8] In un’intervista rilasciata all’Osservatore Romano il 26 agosto 2017, il prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, il Card. Angelo Amato, così si esprimeva circa la necessità di ulteriori e future riflessioni sulle applicazioni del motuproprio: “Si attende ora il discernimento dei vescovi o degli eparchi per attivare in concreto questa nuova fattispecie. Si tratta pur sempre di evidenziare la molteplice presenza della santità nella vita della Chiesa”.

[9] La verità è sinfonica. Aspetti del pluralismo cristiano, Jaca Book, Milano 1974, p. 76.