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di P. Ermanno Barucco ocd

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Oggi sul tram erano tutti intenti a guardare il proprio smartphone, e ho pensato a cosa direbbe ognuno del proprio telefonino… mentre pensavo a quanto avevo letto nel libro «Je selfie donc je suis» (Io selfie, quindi sono)... [Elsa Godart, Je selfie donc je suis. Les métamorphoses du moi à l’ère du virtuel, Albin Michel, Paris, 2016]

Guarda, io sono il mio telefono: ecco i miei selfie, sono io; ecco il mio profilo, sono io; ecco le mie app, sono io; ecco i miei messaggi, sono io; ecco i miei contatti, sono io, benché siano contatti virtuali, social, web, sono io! Ecco le mie foto, sono io, modificate, photoshoppate, a decine uguali, sono io.

Io non sono le mie relazioni personali dal vivo, io non sono la mia storia con gli altri, io non sono il mio tempo passato insieme, io non sono le parole dette e ascoltate da me e da altri, io non sono il mio corpo così caratteristico di fronte al corpo dell’altro, io non sono la mia persona unica e irripetibile come ogni uomo, io non sono “ciò che Dio vuole fare di me” per me e per il mio prossimo, io non sono un essere di relazione e in relazione, viva e personale.

Questo apparecchio, sono io. Sono io, sono talmente io, che non sono più io, non sono più me stesso, non so più cosa sia essere se stessi, ma non mi importa, l’importante è che io sia l’io che voglio essere, che voglio apparire o mi si fa apparire. Questo io... sono, non altro, non l’altro io in relazione che non sono, che forse non ho mai avuto la chance di essere. Guarda, io sono il mio telefonino, questo e nulla più, sono io.

Che questa riflessione “al contrario” su chi sono possa far scoprire chi veramente sono, lasciando al mio telefonino di essere soltanto il mio telefonino, di essere “usato” soltanto come un telefonino, perché io cammini verso il mio destino: essere “ciò che Dio vuole fare di me” (S. Teresa d’Avila, poesia “Vuestra soy”: «buon Signore… cosa vuoi far di me?»).