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di F. Iacopo Iadarola ocd

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In questi giorni in cui si avvicina il Natale, in dolce attesa, ci siamo ricordati di un testo di Raymond Carver. Uno dei grandi nomi della letteratura americana, scrittore di periferia e poeta di periferie, che ha speso la sua vita e la sua letteratura in anonime storie di sobborghi, fra lavori saltuari di falegnameria e corsi di scrittura creativa. La sua prosa ha fatto scuola per il suo essere essenziale, scarna, “senza trucchi” e purtuttavia trasudante di umanità. Le sue storie, tutte brevi, sono storie di piccoli avvenimenti quotidiani, della piccola media borghesia americana, in cui non succede niente di speciale: eppure proprio in quel niente, come in un satori a buon mercato, come in un avvento profano, esplode qualcosa di speciale: “accade cioè qualcosa che cambia il modo in cui il personaggio vede se stesso e di conseguenza il mondo”. Esempio emblematico ne è il suo racconto più famoso, La cattedrale, in cui un cieco insegna a un vedente come disegnare una cattedrale su un foglio di carta, così, per ammazzare il tempo in un momento di noia: e la cosa meravigliosamente divenne come niente nella sua vita finora.

Un simile cambio di prospettiva, sgorgato fra le pieghe del quotidiano, dev’essere capitato allo stesso Carver negli ultimi mesi della sua vita, dopo una diagnosi di tumore che l’avrebbe ucciso nell’agosto 1988. Lo documenta l'ultimo suo scritto: il testo di una conferenza tenuta alla Hartford University il 15 maggio 1988 in occasione del conferimento di una laurea in lettere honoris causa. Comincia prendendo le mosse, a bruciapelo, da una frase della nostra Santa Madre fondatrice (e chi se lo aspettava da un hemingwayiano puro, alle prese con vagabondaggi esistenziali ed alcolismi?):

“C’è una frase negli scritti di santa Teresa d’Avila che, nel preparare questo discorso, mi è sembrata via via sempre più adatta all’occasione, perciò vorrei presentarvi una mia meditazione su di essa. E’ stata usata come epigrafe per una recente raccolta di poesie di Tess Gallagher, la mia cara amica e compagna che oggi è qui con me, ed è dal contesto di questa epigrafe che prendo la frase. Santa Teresa, questa donna straordinaria vissuta 473 anni fa, ha detto: “Le parole conducono ai fatti. Preparano l’anima, la rendono pronta e la commuovono fino alla tenerezza”. Così espresso questo pensiero è limpido e bellissimo. Lo ripeterò un’altra volta perché c’è anche qualcosa di strano, di esotico in un sentimento portato alla nostra attenzione a questa distanza, in un’epoca che è sicuramente meno disponibile a sostenere questo importante collegamento tra ciò che diciamo e ciò che facciamo: “Le parole conducono ai fatti. Preparano l’anima, la rendono pronta e la commuovono fino alla tenerezza”. C’è qualcosa di molto misterioso, per non dire - perdonatemi - addirittura mistico in queste parole particolari e nel modo in cui santa Teresa le usa, con tutto il loro peso e la convinzione che ci mette. E’ vero, ci rendiamo conto che esse sembrano quasi l’eco di un’epoca passata e più riflessiva. In particolare l’uso della parola anima, un termine in cui non ci imbattiamo molto spesso in questi tempi e se non nell’ambito religioso e magari nella sezione di musica soul di un negozio di dischi. Tenerezza - ecco un’altra parola che non sentiamo tanto spesso oggigiorno e specialmente in un’occasione pubblica e gioiosa come questa. Pensateci un attimo: quando è stata l’ultima volta che l’avete usata o l’avete sentita usare? E’ altrettanto rara quanto l’altra parola, anima”1.

In realtà, dunque, era stata la sua compagna Tess (abbreviativo di Teresa) Gallagher, poetessa di origini irlandesi, che gli aveva suggerito la frase della nostra santa. Ma non è da escludersi che la stessa Teresa abbia bussato alla sua anima, lei che è ufficialmente e liturgicamente patrona degli scrittori spagnoli e quindi certamente premurosa verso un po’ tutti gli scrittori. Abbiamo quindi cercato la frase citata da Carver e l’abbiamo trovata nel suo contesto originale nel Libro della mia vita, al capitolo 25, paragrafo 3: “Altro segno più evidente è che le parole dell'intelletto non producono nulla, mentre quelle di Dio sono parole ed opere. Anche se non sono parole di devozione, ma solo di rimprovero, cambiano in un istante le disposizioni dell'anima: l'abilitano, l'illuminano, l'inteneriscono, l'inondano di gioia, e se essa è nell'aridità, nell'inquietudine e nel turbamento, sente come una mano che le toglie tutti i suoi mali, o qualche cosa di meglio. Insomma, sembra che Dio voglia far capire che Egli è potente e che le sue parole sono opere”.

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Siamo all’incirca nel 1557, Teresa ha 42 anni e dopo un ventennio di mediocrità e di aridità spirituale – un po’ come la monotona quotidianità che fa da background ai racconti carveriani – finalmente Dio fa breccia nella sua anima trasformandola nella più grande mistica di tutti i tempi, con estasi, visioni, rapimenti, locuzioni interiori. Si può immaginare come inizialmente l’abbiano presa per pazza, ma furono proprio delle semplicissime parole, rivoltele da Gesù, che le infusero la certezza inscalfibile, e con tenerezza infinita, che era tutto vero, che non c’erano trucchi, e che doveva parlare di quest’Amore al mondo intero per far "ingolosire" il maggior numero di anime possibile.

Tornando a Carver, nel seguito del testo della sua conferenza esemplificherà con un racconto di ńĆechov - in cui si parla, fra l’altro, della credenza nell’immortalità dell’anima - queste parole che hanno la capacità di profondamente intenerire un’anima. Teresa specifica che solo ed esclusivamente le parole che vengono da Dio hanno questo potere, e in tutto il capitolo 25 della Vita insegna come riconoscerle e distinguerle dai vaneggiamenti, dalle autosuggestioni, dai sentimentalismi2. Anche Carver fuggiva dal sentimentalismo come dal demonio. E ha colto nel segno quando ha capito che, benché Teresa parlasse di un fenomeno mistico ben preciso, quello delle locuzioni interiori, questo fenomeno poteva riguardare la vita di ogni individuo. E’ del resto quel che insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica, quando al n° 2014, insegna che “Dio chiama tutti a questa intima unione con lui, anche se soltanto ad alcuni sono concesse grazie speciali o segni straordinari di questa vita mistica, allo scopo di rendere manifesto il dono gratuito fatto a tutti”. 

Noi pensiamo e speriamo che, negli ultimi mesi della sua vita, Carver abbia cominciato a scartare quel dono che era stato fatto anche a lui3. Un dono che lo aspettava da lungo tempo, un dono che non era questa parola letteraria o quella parola mistica, ma la Parola stessa venuta per noi, Parola fatta carne nata in un truogolo finita sulla croce, perché troppa era la sua tenerezza, e non c’era posto. E, di tutto questo, ci pare che sia uno struggente commento la parte finale della conferenza, l'ultima parola del nostro scrittore: 

“La scena finisce, ma le parole rimangono nell’aria come azioni. Nasce una vocina nell’anima che parla anche a noi. E anche il modo in cui abbiamo forse bandito dalla nostra mente certe idee sulla vita, o sulla morte, cede il colpo e inaspettatamente il passo a una fede, magari di natura fragile ma insistente. Molto tempo dopo che quello che vi ho detto vi sarà passato di mente, tra qualche settimana oppure tra qualche mese, e l’unica sensazione che vi rimarrà sarà quella di aver partecipato ad una grande riunione pubblica, quando noterete la fine di un importante periodo della vostra vita e l’inizio di uno nuovo, nell’elaborare i vostri destini personali, provate a ricordare che le parole, quelle giuste, quelle vere possono avere lo stesso potere della azioni. E ricordatevi anche quella parola poco usata che è quasi sparita dall’uso, sia in pubblico che in privato: tenerezza4. Non potrà farvi male. E quell’altra parola: anima, o chiamatela spirito, se preferite, se vi rende più facile rivendicare quel territorio. Non scordatevi neanche quella. Fate attenzione allo spirito delle vostre parole, delle vostre azioni. E’ una preparazione sufficiente. Non c’è bisogno di altre parole”.  

Note:

1 R. Carver, "Meditazione su una frase di santa Teresa", in Tutti i racconti, Mondadori, Milano 2005, pp. 1175-1178.

2 Si legga ad esempio quanto scrive nel paragrafo 11: "Sì, parlo di tenerezza, ma soave, forte, penetrante, deliziosa e tranquilla, ben diversa da certe devozioncelle che non mi sento neppure di così chiamare, fatte unicamente di lacrime e di piccoli sentimenti che appassiscono subito al primo venticello di persecuzione, come gracili fiorellini. Sono buoni principi e sentimenti lodevoli, ma non sufficienti per distinguere gli effetti dello spirito di Dio da quelli del demonio". 

3 Così scrisse Tess Gallagher di quel periodo: "Nei dieci mesi che hanno preceduto la morte di Ray abbiamo combattuto una battaglia strenua, ma nel maggio del 1988 sapevamo già che non avremmo vinto [...] Perciò, tra maggio e agosto, abbiamo dovuto fare i conti con il fatto che stavolta non l'avremmo scampata, e accettarlo. È stato molto, molto difficile. Ma è stato anche, paradossalmente, un periodo di trascendenza. Non eravamo così immersi nell'angoscia di una fine come ci si potrebbe aspettare. La chiusura del nostro tempo insieme sembrava inspiegabilmente e in maniera piuttosto strana infonderci nuovo vigore e rendere ogni momento più importante di quanto avremmo mai pensato potesse essere" (Tess Gallagher, Io & Carver. Letteratura di una relazione, Minimum fax, 2001).

4 In questo Carver è stato realmente profetico. Papa Francesco ci insegna, oggi, che non soltanto quei disincantati accademici che ascoltavano l'ultima conferenza ad Hartford, ma noi cristiani per primi siamo chiamati a non scordarci di questa tenerezza: “Alcuni vorrebbero un Cristo puramente spirituale, senza carne e senza croce […] L’autentica fede nel Figlio di Dio fatto carne è inseparabile dal dono di sé, dall’appartenenza alla comunità, dal servizio, dalla riconciliazione con la carne degli altri. Il Figlio di Dio, nella sua incarnazione, ci ha invitato alla rivoluzione della tenerezza” (Evangelii Gaudium n° 88).
Che cosa dice il Natale all'uomo di oggi? «Ci parla della tenerezza e della speranza. Dio incontrandoci ci dice due cose. La prima è: abbiate speranza. Dio apre sempre le porte, mai le chiude. È il papà che ci apre le porte. Secondo: non abbiate paura della tenerezza. Quando i cristiani si dimenticano della speranza e della tenerezza, diventano una Chiesa fredda, che non sa dove andare e si imbriglia nelle ideologie, negli atteggiamenti mondani. Mentre la semplicità di Dio ti dice: vai avanti, io sono un Padre che ti accarezza. Ho paura quando i cristiani perdono la speranza e la capacità di abbracciare e accarezzare. Forse per questo, guardando al futuro, parlo spesso dei bambini e degli anziani, cioè dei più indifesi. Nella mia vita di prete, andando in parrocchia, ho sempre cercato di trasmettere questa tenerezza soprattutto ai bambini e agli anziani. Mi fa bene, e mi fa pensare alla tenerezza che Dio ha per noi»” (Intervista con papa Francesco sul Natale, La Stampa 15/12/2013).